venerdì 31 ottobre 2014

Scaii –en-Sinsin Il Libro dei Soffi

Il testo

É noto che la maggior parte dei papiri che gli antichi egiziani avevano l'abitudine di inumare con le
mummie, contenevano delle copie più o meno complete di certi testi sacri, considerati dei veri e
propri talismani che avevano la proprietà di operare o di facilitare il ritorno del defunto ad una
nuova vita come pure di proteggerlo nelle sue peregrinazioni d’oltretomba. L'argomento di questi
testi ruota quasi invariabilmente sul destino dell'uomo dopo la morte. Tra le composizioni di questo
genere giunte fino a noi, il Libro dei Morti è il più famoso. Studiosi ne hanno segnalati anche degli
altri, il Libro delle imbalsamazioni, il Libro del grande sacerdote Amen-hotep ed il Libro reale[1].
Lo Shaï-en-sinsin o Libro dei soffi di cui pubblichiamo per la prima volta in lingua italiana i
contenuti[2], appartiene alla stessa famiglia ed è databile nel periodo del Regno Medio (2065 –
1785 a.C. circa), ma si accetta generalmente l’ipotesi che sia stato redatto con l'aiuto di materiali
molto più antichi dal momento che gli esemplari rinvenuti sono tutti in scrittura ieratica[3]. Se
analizziamo i titoli dei defunti ai quali furono dedicati i rotoli dello Shaï-en-sinsin, dobbiamo
concludere che il testo era riservato esclusivamente al clero di Amon-Râ[4].
M. Brougsch, per primo, ha richiamato l'attenzione degli egittologi su questo libro interessante e ne
ha pubblicato, sulla base di un manoscritto del Museo di Berlino, una trascrizione in geroglifici
corredati di un traduzione latina[5]. Un facsimile in scrittura corsiva che si trova nel lavoro di
Vivant Denon[6], è riprodotto alla fine della pubblicazione di M. Brougsch. Questo è il solo testo
dello Shaï-en-sinsin che sia stato pubblicato; anche se incompleto, perché manca una parte del
paragrafo 9, i paragrafi 10, 11a, 11b e il 12 per intero, una parte del paragrafo 14, ed infine la
prescrizione finale. Un ottima analisi del Libro è dovuta a M. Birch, l’attento conservatore del
British Museo di storia naturale[7].
In attesa che un facsimile, completo, sia messo a disposizione degli egittologi[8], riproduco sulle
tavole allegate delle copie (la cui scrittura si avvicina per quanto possibile a quella degli originali)
di due manoscritti che possiede il Museo del Lo uvre:
Il 3284, vale a dire, la parte del testo ieratico che contiene lo Shaï-en-sinsin [Libro dei soffi][9].
Il 3291, portante al recto quarantotto righe di scrittura ieratica ed al verso tre di scrittura demotica.
Il primo di questi due esemplari, sul quale è stata fatta la traduzione che segue, comprende sei
pagine di una bella scrittura ieratica e contiene completamente i quattordici paragrafi di cui si
compone il libro sacro, come anche la prescrizione finale. Le varianti aggiunte in fondo alle tavole I
e V sono tratte dai passaggi corrispondenti dei seguenti manoscritti del Louvre:
3291 noto con il nome di Hor-si-esi, figlio di Hor e di Kaï-kaï.
2
3166 noto con il nome di Osir-aau, figlio di Taxi-ba-t.
3126 noto con il nome di P-Šer-asu-xet-u, figlio di Osir-aau.
3158 noto con il nome di Ta-ser-paut-ta, assistente di Amon-Râ
3121 noto con il nome di Ta-sa-xem, assistente di Amon-Râ.
Queste varianti sono sufficienti per rettificare alcuni errori del nostro testo. Parecchi manoscritti
tagliano alcune sezioni della versione ordinaria e li sostituiscono con altri, ma la grande
maggioranza segue il testo del 3284 che sembra rappresentare la versione ufficiale. Esiste anche un
testo che imita il Libro dei soffi, chiamato lo Shaï-en-sinsin secondo, di cui, però, non ci
occuperemo qui.
Lo Shaï-en-sinsin non presenta serie difficoltà ai traduttori salvo che per alcuni passaggi a proposito
dei quali le osservazioni che il mio competente amico M. Chabas mi ha fornito con la sua abituale
cortesia, mi sono state molto utili. Altrettanto è per i riferimenti teologici e mitologici che contiene
il testo, che per altro ho affrontato soltanto marginalmente lasciando agli studiosi, ai quali questi
aspetti sono familiari, il compito di sottoporli ad un studio speciale. Questo aspetto importante
dell'egittologia è stata in Francia l'oggetto di analisi serie da parte di Chabas, Emanuele e Giacomo
di Rougé, Paul Pierret, E. Lefébure e E. Grébaut.
Mi limito ad una traduzione la più letterale possibile, corredata di una breve analisi nella quale non
mi occuperò delle parole il cui senso è generalmente accettato dagli egittologi.
Prima di terminare, mi corre il piacevole obbligo di ringraziare il conservatore del Museo egiziano
del Louvre, M. Pierret, per avere messo a mia disposizione, tutti i testi che si riferiscono al Shaï-ensinsin
[Libro dei soffi].
P.J. De Horrack
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[1] G. Maspero Memorie su alcuni papiri del Louvre p. 14 e 58.
[2] Traduzione sul testo francese di P.J. De Horrack del 1877, edizoni C. Klincksieck (Parigi).
[3] L’ipotesi più accreditata lo colloca nel Periodo Arcaico (3300 – 2900 a.C. circa).
[4] É forse utile fornire alcune notizie sulle gerarchie di un tempio egizio, per comprendere quale
rango occupavano i destinatari dello Shaï-en-sinsin.
Generalmente il clero era suddiviso in due classi principali. La prima, che era poi la più elevata, era
chiamata hem- neter (letteralmente servi del dio, assistenti di Râ), la seconda ûab (letteralmente i
puri), a capo delle due classi era hem- neter-tepy (letteralmente il servo del dio profeta capo). Lo
Shaï-en-sinsin è stato ritrovato in alcune tombe di hem- neter-tepy e hem- neter, il che fa supporre
che si trattasse di una liturgia riservata. I quattro rotoli dello Shaï-en-sinsin che ci sono giunti, due
sono al Museo del Louvre, e due al British Museum di Londra. N.d.T.
3
[5] Shaï-en-sinsin, sive liber metempsychosis veterum Aegyptiorum ecc. Berolinii 1851.
[6] Viaggio nell'Alto e il Basso Egitto p. 136.
[7] Introduction to the Rhind papyri.
[8] Bisogna rendere omaggio ai “Trustees” del British Museum per la magnifica pubblicazione
“Facsimile of an Egyptian hieratic Papirus of the reign of Ramses III now in the British Museum”
eseguito sotto l'abile direzione di M. Birch. Questo bel facsimile che è stato offerto generosamente
ad un gran numero di egittologi, è di modico prezzo e conseguentemente accessibile a tutti i
ricercatori; il testo è destinato a rendere un vero servizio allo studio della scrittura e della lingua
dell’antico Egitto.
[9] Vedere T. Devéria, Catalogo dei Manoscritti egiziani del Louvre p. 132.
§ 1. riga
Inizio del Shaï-en-sinsin [Libro delle respirazioni]
composto da Iside per suo fratello Osiride,
Per far rivivere la sua anima,
1.
Per far rivivere il suo corpo,
Per far ringiovanire di nuovo tutte le sue membra,
Affinché possa raggiungere l'orizzonte con suo padre, il Sole
2.
Acciocché la sua anima si alzi in cielo nel disco della Luna,
affinché il suo corpo brilli nelle stelle di Sahu,
nel seno di Nu-t
3.
Affinché questi ele menti giungano
anche a Osiride, divino padre, profeta di Amon-Râ, re degli dei,
4.
Profeta di Khem-Amon-Râ, toro di sua madre,
maestro della sua grande casa,
Osir-aau, vero di voce
5.
Figlio [del prete] dello stesso [ordine], Nes-paut-ta-ti, discolpato.
Nascosto - [il], nascosto - [il];
non lo fa leggere a nessuno.
6.
É vantaggioso che senza colpe risiede in Kher-neter;
perché vivrà di nuovo, veramente, milioni di volte.
4
Questo paragrafo è una specie di preambolo, che indica, di un modo preciso, lo scopo del libro e ci
informa che è stato composto da Iside per suo fratello Osiride ucciso da Set. La recita delle formule
sacre che contiene, ha effettuato la risurrezione di Osiride, diventato da allora per ogni egiziano il tipo
della rinascita dopo la morte. Seppellito con il defunto, così come prescritto al paragrafo 14a, il libro
sarà utile anche per lui e faciliterà la sua risurrezione come vero Osiride. È a questo titolo che il morto
si identifica col dio e che prende il titolo di Osiride un tale, giustificato.
Secondo il nostro testo, Osiride si unisce a suo padre, il Sole e scende con lui nelle regioni infernali,
per tornare alla vita sotto la forma della Luna, mentre il suo corpo è posto nella costellazione di Sahu
(Orione) che brilla nel firmamento, personificato dalla dea Nu-t.
Sarà utile ricordare alle persone estranee alla mitologia degli egiziani, che l'idea del rinnovo
dell'esistenza dopo la morte, è simboleggiata talvolta dalla corsa del sole, altre volte è rappresentato
dal mito di Osiride, che sembra riferirsi, a sua volta, alla nascita del Sole. In conseguenza di ciò
l'individualità dell'Osiride terrestre si confonde continuamente con quella di Osiride-sole. Sull'esempio
del dio, si credeva che l'egiziano morto si unisse al Sole calante e scendesse con lui nell'emisfero
inferiore del cielo che doveva percorrere seguendo il Sole notturno (Osiride), per ritornare alla luce del
giorno con l'astro levante. È dalla sua identificazione col Sole che percorre durante la notte le regioni
infernali che, probabilmente, emerge il ruolo di Osiride quale giudice degli inferni. Il manoscritto 3291
riporta, alla seconda riga, per il gruppo la variante , ringiovanire, rendere la gioventù.
Il Kher-neter, o la divina regione inferiore, indica la necropoli o ipogeo; ma è anche uno dei nomi del
soggiorno dei mani posti all'estremo occidente.
Riga 7 significa, secondo M. Brugsh (diz. p. 575), veramente, laddove facendo riferimento a
Devéria e Pierret la traduzione dovrebbe essere, nel vestito della verità. Il senso di questo gruppo ha
comunque bisogno di ulteriori studi.
§ 2. riga 8.
Pronunciare
Oh Osiride il tale! tu sei puro;
9.
Il tuo cuore è puro
La tua parte anteriore è stata purificata;
La tua parte posteriore è stata pulita;
Il tuo interno (è stato riempito) di bat e di natrum.
5
10.
Non c'è un membro in te che sia lordo di peccato.
Osiride il tale è stato purificato dalle essenze
11. Nei campi di Hotep, a nord negli spazi di Sanehemu.
12.
Le dee Uat'i e Nexeb ti hanno reso puro,
All'ottava ora della notte,
13.
Ed all'ottava ora del giorno.
Vieni Osiride il tale;
14.
Entra nella sala delle due Giustizie;
tu sei purificato da ogni peccato e da tutte le colpe
15.
Pietra di verità è il tuo nome.
Questa sezione riproduce le colonne 44, 45 e 46 del capitolo 125 del Libro dei Morti. Tratta
dell'imbalsamazione del defunto, senza dare tuttavia su quest’operazione altri dettagli che
l'enumerazione delle purificazioni alle quali si sottoponeva il corpo e delle sostanze di cui lo si riempiva
per preservarlo della putrefazione. Secondo il nostro testo, il corpo fu pulito, e l'interno ,
letteralmente: il mezzo, fu riempito di natrum [miscela di carbonato e bicarbonato di soda presente in
natura. N.d.T] e di una sostanza aromatica, chiamata bat , .
Questo modo di imbalsamazione è stato constatato già dal Passalaqua che ha messo in evidenza come
le mummie più curate nelle loro protezioni e nei loro ornamenti, avessero il ventre pieno di natrum e di
resti odoriferi. La preparazione del cadavere avveniva nei Campi di Hotep (letteralmente campi di
riposo); probabilmente era il nome di una parte del quartiere funerario.
Il testo cita qui una essenza chiamata di cui il Libro dei Morti fornisce la variante
e vi aggiunge , puro.
I gruppi e (riga 10) hanno, entrambi, il senso accettato di lavare, pulire purificare e
si scambiano tra essi con questa accezione. Mi sembra tuttavia che esiste tra queste due parole una
leggera sfumatura che non ho potuto definire. Le due dee Uat'i e Nexeb erano supposte presiedere a
6
questa operazione. Simboleggiano abitualmente il Nord ed il Sud, ma avevano anche un ruolo
funerario molto importante che emerge dal Libro delle Imbalsamazioni.
Purificate le sue impurità, il defunto era introdotto nella grande sala del giudizio che il nostro testo
chiama la grande sala delle dee Ma. Queste due dee che rappresentano la doppia giustizia, quella che
punisce e quella che ricompensa, erano incaricate di completare la purificazione del defunto.
§ 3. riga
16.
Oh Osiride il tale!
17.
Entri nel cielo inferiore con una grande purificazione
Le due dee Ma ti hanno reso puro nella grande sala.
18.
Una purificazione è stata eseguita su di te nella Sala di Seb;
Le tue membra sono state rese pure nella Sala di Shu.
19.
Vedi Râ al suo tramontare,
Atum, la sera.
Amon è vicino a te,
20.
Per darti il soffio;
Ptah, per ricostruire le tue membra.
Sorgi all'orizzonte con il sole.
21.
La tua anima è ammessa sulla barca di Neshem con Osiride;
La tua anima è divinizzata nella dimora di Seb.
Sei vero di voce in perpetuo ed eternamente.
Uscendo dalla Sala della due Giustizie (le due dee Ma), e dopo essere stato purificato nella Sala di Seb
(la terra) e nella Sala di Shu (il cielo), il defunto entra nel Tiau o cielo inferiore, dove era posto il
soggiorno dei morti. Vi vede Râ sotto la forma di Atum, il sole notturno. Ptah gli modella un nuovo
corpo al quale Amon dà il soffio della vita. Questo nuovo involucro non ha nessuno rapporto con quello
lasciato dal defunto. La dottrina della riunione dell'anima all'antico corpo che proclama il Libro dei
Morti, sembra essere stata profondamente modificata dalla scuola alla quale appartiene lo Shaï-ensinsin.
7
Il ruolo di Amon come autore della seconda vita è stato già segnalato da M.J. Rougé; quello di Ptah [
Invece di Ptah, il papiro n. 3291 riporta Thoth, ma probabilmente si tratta di una errore dello scriba.]
come creatore è ben conosciuto.
Mentre il defunto (o i mani) scende sotto l'orizzonte col sole, l'anima si unisce a Osiride nella barca
solare chiamata Neshem [Neshem è anche il nome della barca che serviva a trasportare le
mummie ad Abydos. ]. É difficile determinare il vero carattere di questa doppia esistenza dei mani e
dell'anima. Questi due esseri sono rappresentati come viventi separatamente ed indipendentemente
l'uno dall'altro. Li si distingue, infatti, nelle riproduzioni dei manoscritti funerari, dove i mani sono
raffigurati sotto l'immagine del defunto, mentre l'anima ha la forma abituale di un sparviero con la
testa umana.
Alla riga 20, ho integrato, prima della parola Atum, la particella che il senso sembra esigere.
Atum è il nome del sole che, durante la notte, illumina l'emisfero inferiore del cielo.
Il senso di veridico, persuasivo, proposto da TH. Devéria per il gruppo (riga 22), non è
generalmente accettato dagli egittologi. Secondo M. Chabas, questo gruppo deve tradursi
letteralmente con justus dictus, ed indica l'individuo il cui dire è stato riconosciuto vero, il defunto
scagionato dal giudizio di Osiride, quello che ha trionfato sui propri nemici. M. Lepsius ha presentato
per lo studio di questa espressione le stesse conclusioni del il sapiente egittologo di Chalon S. Saôna .
§ 4. riga 1.
[Oh] Osiride il tale!
2.
La tua individualità è immutabile;
Il tuo corpo è duraturo;
La tua mummia germoglia;.
3.
Non sei respinto [né] dal cielo, [né] dalla terra;
Il tuo viso è illuminato accanto al Sole;
La tua anima vive accanto ad Amon;
4.
Il tuo corpo è ringiovanito accanto ad Osiride.
Respiri sempre ed in eterno.
8
Il gruppo manca al principio di questo paragrafo.
Ho reso con individualità il gruppo ( riga 2), questo senso è stato ben dimostrato da M.
Lepsius. La germinazione del corpo mummificato, espressa dal verbo , è simboleggiata da un
quadro che rappresenta la mummia di Osiride sulla quale spuntano delle piante . Questa curiosa
rappresentazione è stata pubblicata da M. Paul Pierret nelle sue memorie intitolate "Il dogma della
risurrezione". Il seguente passaggio del Libro dei Morti può essere considerato come la conferma di
questa rappresentazione:
: fa crescere delle piante sul suo cadavere. Questa singolare idea
ricorda la dottrina che postula S. Paolo: vale a dire, il corpo che risusciterà non è quello abbandonato
alla putrefazione, ma un nuovo corpo spirituale che si svilupperà del germe del vecchio cadavere.
Alla riga 3, la trascrizione di M. Brugsch dà , invece di del nostro testo.
§ 5. riga 4.
La tua anima ti fa ogni giorno delle offerte
5.
Di pani, di bevande, di buoi, di oche di acqua fresca e di condimenti.
[Viene per giustificarti].
Le tue carni [sono] sulle tue ossa
6.
Secondo la tua forma sulla terra;
Assimili col il tuo corpo,
Mangi con la tua bocca,
7.
Ricevi, come le anime degli dei, dei pani.
Anubis ti protegge;
Esso è la tua difesa
8.
Non sei respinto alle porte del cielo inferiore.
Thoth, il signore di Sesennu,
Il due volte grande, viene a te.
Esso ha scritto per te, di suo proprio pugno, lo Shaï-en-sinsin [Libro delle
respirazioni].
9. La tua anima respira in eterno;
9
Tu rinnovi la tua forma sulla terra tra i viventi;
10.
Sei divinizzato con le anime degli dei.
Il tuo cuore è il cuore di Râ,
11.
Le tue membra sono le membra del grande dio.
[Vivrai perpetuamente ed in eterno].
Le differenti fasi della risurrezione e della vita futura, che dominano tutto il testo, sono sviluppate
particolarmente in questo paragrafo e nel successivo. Allo stesso dio Thoth, che avrebbe scritto il libro
sacro di suo proprio pugno, è attribuita la prima redazione dello Shaï-en-sinsin. É noto che i sacerdoti
egiziani amavano attribuire un'origine divina a certe loro composizioni per renderle più autorevoli.
L'assicurazione che il defunto rinnoverà la sua forma sulla terra tra i viventi, prova che gli antichi
egiziani credevano in un ritorno alla vita corporale. É la dottrina della reincarnazione che consiste
nell'ammettere per l'uomo diverse successive esistenze sulla terra.
Ho reso (riga 5) il gruppo con condimenti. Tale traduzione è ipotetica. Alla stessa riga la
trascrizione che ne fa M. Brugsch aggiunge:
, vieni per giustificarlo. Per quanto concerne il gruppo , il significato di
corpo è inconfutabile, comunque questa accezione sembra estranea nella frase: bevi o assorbi col tuo
corpo.
La parola , riga 9, significa forma, somiglianza, ritratto. Le varianti segnalate in fondo alla
tavola hanno la stessa accezione.
Alla fine del paragrafo, il manoscritto Denon aggiunge:
vivi per sempre in eterno.
§ 6. riga
12.
Oh Osiride il tale!
10
13. Amon è con te,
14.
Per renderti la vita.
Ap-heru ti apre la buona strada.
Vedi con i tuoi occhi;
Senti con i tuoi orecchi;
Parli con la tua bocca;
15.
Cammini con le tue gambe;
La tua anima è divinizzata nel cielo inferiore,
Per compiere tutte le trasformazioni a suo gradimento.
16.
Effettui i festeggiamenti della perséa consacrata a An;
ti svegli ogni giorno;
17.
Vedi i raggi del sole.
Amon viene verso di te con i soffi della vita;
Esso ti fa respirare nel tuo sarcofago.
18.
Torni sulla terra ogni giorno,
Dal momento che lo Shaï-en-sinsin [Libro dei soffi] di Thoth è la tua
salvaguardia;
19.
Tramite esso respiri ogni giorno.
I tuoi occhi contemplano i raggi del disco.
La verità ti sarà annunciata da Osiride,
Le formule di discolpa sono [scritte] sul tuo corpo.
20.
Horus, il difensore di suo padre, protegge il tuo corpo;
Divinizza la tua anima, così come [quelle] di tutti gli dei.
L'anima di Râ fa vivere la tua anima;
21.
L'anima di Shu riempie i tuoi organi respiratori [di dolci soffi].
Questo paragrafo è un’integrazione del precedente. Promessa è fatta al defunto che ritornerà in
possesso di tutte le funzioni della vita terrestre, ed avrà la facoltà di prendere tutte le forme a suo
gradimento, di trasportarsi istantaneamente da un luogo ad un altro e di visitare la terra ogni giorno
mescolandosi ai viventi. È curioso notare come la credenza negli spiriti che tornano dall'altro mondo
dati della più alta antichità. In un papiro conservato a Berlino, segnalato da M. Chabas, vi si narra della
manifestazione di un spettro. Un uomo vedovo si lamenta di essere tormentato dallo spirito della sua
11
sposa defunta. Questo testo non è stato ancora tradotto; forse vi si troverà in quale modo lo spettro
ha dato i segni della sua presenza e del suo cattivo umore.
Ap-heru è una forma di Anubis: il suo compito è quello di aprire al defunto le porte dell'orizzonte.
Alcune osservazioni interessanti sono state pubblicate da M. Lepage Renouf a proposito della
iscrizione con (riga 13). Non conosco
nessuno altro esempio del gruppo che traduco con festeggiamenti, ma soltanto
per supposizione.
É certamente ad An (Héliopolis) che il defunto si rallegra [Il testo di Scharpe: "Iscrizioni Egiziane" alla
pagina 66 riga 3, riporta una iscrizione egizia che conforta questa lettura].
Il gruppo che traduco (riga 18) torni sulla terra, ; letteralmente significa: esci verso la
terra.
Alla riga 19, la preposizione è adoperata in senso strumentale.
Una chiosa alla riga 19: le formule di discolpa sono[scritte] sul tuo corpo. É pubblico che delle formule,
delle figure di divinità ecc., sono state trovate su delle bende di mummie e su frammenti di sudari.
Al posto di , ogni giorno (riga 19), il manoscritto Denon ed il n.3291
contengono , come Râ.
Nel basso impero Shu era il dio dell'aria. Sul Sarcofago n.11 del Museo del Louvre, il dio porta una vela
gonfia, simbolo dei soffi della vita. In un papiro dello stesso Museo si legge: Shu dice, io, do i soffi alla
sua gola arida e la vita è in lui. Alla fine del passo, nello stesso papiro, è detto, l'anima di Shu riempie i
tuoi organi respiratori, il papiro Denon aggiunge , di dolci soffi, ma occorre evidenziare
che queste parole dovrebbero essere collegate alla frase che precede tramite la preposizione che
manca.
§ 7. riga 1.
Oh Osiride il tale!
2. La tua anima respira nel luogo che ami.
3. Sei nella casa di Osiride;
12
Khent-Ament è il tuo nome.
Hapi, il più antico [degli dei], viene a te da Elephantine;
4.
Esso colma la tua tavola con offerte di provviste per la tua bocca.
Khent-Ament, , letteralmente quello che risiede ad occidente, è uno dei titoli di Osiride
infernale.
Il dio Hapi, vale a dire, il Nilo la cui la sorgente era posta tra due abissi o rocce vicino all'isola di
Elephantine portava al defunto delle provviste da mangiare e dell'acqua.
La stessa idea è espressa nel papiro di Boulaq n. 3 (pagina VII riga l9), è venuto a te, Hapi il più antico
degli dei, per colmare il tuo tavolo con offerte di libagioni; esso ti offre l'acqua scaturita da Elephantine
§ 8. riga
5.
Oh Osiride il tale!
6.
Gli dei dell'Alto e del Basso Egitto vengono a te.
Sei guidato verso il sepolcro.
7.
La tua anima è vivente.
Tu servi Osiride.
Respiri in Ru-sta.
8.
Cure segrete ti sono prodigate tramite il Signore di Sati e dal
dio grande.
Il tuo corpo vive in Tattu [ed in] Nif-ur.
13
9.
La tua anima vive nel cielo ogni giorno.
Il luogo chiamato indica la tomba, e per eccellenza, quella di Osiride.
Alla riga 6, il testo riporta ; trattasi forse di un errore del copista;
in tutti gli altri manoscritti del Louvre si trova , che sembra essere la esatta
trascrizione.
Il Ru-sta, , è il passaggio che dà accesso alla regione infernale, ma è anche l'entrata della
tomba.
Sati, , indica la regione inferiore il cui il signore è il sole notturno. Una variante dà ,al posto
di . Il dio grande è Osiride.
La città di Tattu, è stata identificata da M. Brugsch e da Mendes, come la residenza di Osiride, mentre
Nif-ur, sembra qui sottintendere la necropoli.
§ 9. riga 9.
Oh Osiride il tale!
10. Sexet è superiore contro ciò che c'è di cattivo in te;
11.
Hor-aa-hetu ha cura di te;
Hor-shet forma il tuo cuore;
Hor-mer custodisce il tuo corpo.
12.
Tu duri, in vita, salute e forza.
Sei stabilito nella tua casa in Ta-ser.
Vieni Osiride il tale!
14
13. Tu appari nella tua forma.
14.
Confermato dai tuoi ornamenti,
Tu sei preparato per la vita;
Tu vivi in salute,
Cammini e respiri ovunque.
15.
Il sole si alza sulla tua dimora.
[Simile] ad Osiride,
Respiri; tu vivi grazie ai suoi raggi.
16.
Amon-Râ ti fa vivere.
[la tua persona] è illuminata dallo Shaï-en-sinsin [Libro delle
respirazioni].
17.
Servi Osiride e Horus, signore delle adorazioni.
Sei come il più grande tra gli dei.
Il tuo bel viso vive [nei] tuoi bambini.
18.
Il tuo nome prospera ogni giorno.
Vieni al grande tempio, vieni nel grande tempio di Tattu.
Tu vedrai Khent-Ament alla festa di Uka
19.
Il tuo odore è gradevole come [quello] degli uomini devoti;
Il tuo nome è grande tra gli eletti.
Sexet era una dea solare. Aveva anche un ruolo funerario che consisteva nel sorvegliare
l'imbalsamazione, di difendere il defunto contro i suoi nemici e di proteggere l'anima contro ogni
attacco.
Hor-aa-hetu, Hor-shet e Hor-mer sono delle forme di Horus. Hor-shet si trova menzionato nel Papiro
Magico Harris. Hor-mer abbatteva gli avversari del defunto.
La regione chiamata , è la necropoli di Abydos.
Un scriba manifesta la speranza di essere seppellito ad Abydos, nella montagna di Ta-ser,
15
. Anche la topografia celeste possedeva la sua Ta-ser.
Gli ornamenti di cui si tratta, alla riga 13, sono quelli della mummia. É la constatazione della
risurrezione dovuta ai numerosi amuleti depositati con il morto. M. Pierret ha fornito un elenco
completo di questi talismani.
Dopo il gruppo (riga 14) il papiro n. 3291 aggiunge .
La particella , che bisogna aggiungere dopo la parola dimora (riga 14), manca in tutti i manoscritti
del Louvre; ma si trova riportata nella trascrizione di M. Brugsch.
Alla riga 15 si incontra il gruppo , letteralmente la tua persona, che nella trascrizione del Brugsch
è sostituito con
Il titolo (riga 16), che ho tradotto con signore delle adorazioni, non è abituale per Horus. Al posto di
, i papiri n. 3121 e 3291 riportano invece . Ma Horus non riceve mai il
titolo di Signore della barca Hen-nu, dal momento che questa barca era utilizzata esclusivamente per
le processioni del simulacro di Sokar. La mia traduzione è basata sulla variante segnalata da M. Ed.
Faville.
Nella frase: il tuo bel viso vive [nei] tuoi bambini (riga 16), ho supposto la preposizione che,
comunque, manca in tutti i manoscritti.
La festa Uka (riga18), è molto spesso citata nei testi funerari. Era la festa degli antenati, la festa di
Ptah-Sokari [P. Perret, Dizionario di Archeologia Egizia pag.224].
§ 10.
Oh Osiride il tale!
20.
La tua anima vive grazie al Shaï-en-sinsin [Libro delle respirazioni];
Tu ti unisci a lui.
Entri nel cielo inferiore;
21.
Non vi sono i tuoi nemici.
Sei come un'anima divina in Tattu.
Il tuo cuore ti è restituito;
Esso non sarà più separato da te.
16
22.
I tuoi occhi ti sono restituiti;
Si aprono ogni giorno.
Gli egiziani consideravano il cuore come la sorgente della vita terrestre, indispensabile alla
ricostituzione materiale del corpo. M. Pierret ha constatato che questo organo era separatamente
imbalsamato in uno dei vasi funerari chiamati canopi, e posto sotto la protezione del genio Tuamutef.
Li si divideva (gli organi interni) in questa maniera in quanto il cuore non poteva essere ricollocato nel
corpo se non dopo essere stato pesato sul piatto della bilancia del giudizio osirideo.
§ 11. riga
1.
Gli dei che accompagnano Osiride, dicono ad Osiride un tale:
2. Servi Râ;
3.
Servi Osiride;
La tua anima vive sempre ed eternamente.
§11b.
Gli dei che abitano il cielo inferiore di Osiride-Khent-Ament
dicono ad Osiride il tale:
6.
Che gli si aprano le porte del cielo inferiore!
Che sia ricevuto nel Kher-neter;
7.
Che la sua anima viva per sempre.
Esso si è costruito una dimora in Kher-neter.
8.
Il Suo dio lo ha ricompensato;
Ha ricevuto lo Shaï-en-sinsin [Libro delle respirazioni],
Affinché respiri.
17
La seconda parte di questo paragrafo sancisce l'ammissione definitiva del defunto nella regione
infernale.
Invece di (riga 4), la trascrizione che ne fa M. Brugsch riporta,
Nelle la frase , il senso congiuntivo è indicato dalla
seguente variante che fornisce il manoscritto n. 3166: ; letteralmente: che egli
sia aperto alle porte del Tuau.
Si legge poi: che sia ricevuto nel Kher-neter. É da notare qui che nel nostro manoscritto, lo scriba ha
biffato l'affisso (che si trova tuttavia nel n. 3291), ed a scritto sotto quello della seconda persona. Ho
tradotto il passo alla terza persona, secondo il senso che discorso che sembra qui esigere. Alla riga 8,
occorrerebbe forse tradurre il gruppo , con lodato, invece di ricompensato.
Segue poi la frase , che traduco con, ha ricevuto lo Shaï-en-sinsin.
Da ricordare che la parola anima è, in egizio, di genere maschile, il pronome può quindi riferirsi
sia all'anima sia al defunto. In ogni modo, il papiro n. 3121 consacrato ad un'assistente di Amon-Râ
sembra togliere ogni incertezza a tale riguardo. Si trova nel posto corrispondente e nel seguito dello
stesso passaggio, il pronome femminile , cosa che proverebbe essere stata la defunta ad essersi
costruita una abitazione, e che è sempre lei a ricevere la ricompensa o la lode, ed è ancora lei a
ricevere lo Shaï-en-sinsin [Libro dei soffi].
§ 12. riga
9.
Che Osiride-Khent-Ament.,
Dio grande, Signore di Abydos,
10.
Faccia regale dono di pani, di birra, di buoi, di oche
di vino, di liquore aket, di pani hotep e di provviste domestiche di ogni
specie,
11. Ad Osiride il tale.
12. La tua anima e vivente;
18
il Tuo corpo germoglia
Per ordine di Râ stesso,
Senza danno, né dolore,
13.
Assomigli a Râ, sempre ed eternamente.
Al principio del paragrafo, si trova il gruppo , per il quale ho adottato la nuova traduzione
proposta da M. Goodwin, dio grande, signore di Abydos.
La parola (riga 12) di cui il papiro del Louvre n. 3291 fornisce la variante , è
messa qui in riferimento con il geroglifico , distruzione, danno, quindi racchiude il significato di
dolore, come ho tradotto.
§ 13. riga
14.
Oh ardente, uscito da An
15. Osiride il tale non ha commesso peccato
16. Oh potente del momento, uscito di Kerau
17. Osiride il tale non ha fatto male.
18. Oh fragrante, uscito da Sesunnu,
19. Osiride il tale non è stato severo.
20. Oh mangiatore dell'occhio, uscito da Kerti
19
21.
Osiride il tale non ha acquisito nulla con il furto.
§ 13. riga
1.
Oh impurità della faccia, uscita da Ru-sta,
Osiride il tale non si è adirato.
2.
Oh due leoni, usciti dal cielo,
Osiride il tale non ha commesso iniquità a causa della durezza di cuore.
3.
Oh occhio di fiamma, uscito da Sexem,
Osiride il tale non ha praticato la corruzione.
Per ottenere la sua ammissione definitiva al Tuau, il defunto doveva dichiarare non essersi reso
colpevole dei sette peccati elencati in questo paragrafo. L'enumerazione di questi peccati è tratta dalla
confessione, negativa del capitolo 125 del Libro dei Morti. Ma occorreva soprattutto che il defunto fosse
dimostrato giusto dalle sue buone opere che il paragrafo 14 ci fornisce in elenco.
I due Ker, sono i due abissi vicino a Elephantine di dove si supponeva nascere il Nilo.
Il gruppo , (alla riga19), non si ritrova negli altri papiri.
M. Chabas pensa che il significato più accettabile sia: non sono stato la causa di lagnanze, di accuse;
non sono stato severo.
Il nome del genio citato alla riga 20, è a volte mangiatore dell'ombra , altre volte mangiatore
dell'occhio , o del suo occhio .
Pagina V, riga 1 il verbo sembra significare arrabbiarsi, salire in collera, ma questa
significazione non è confermata.
Non conosco altro esempio del gruppo (pagina V, riga 2). M. Chabas ha voluto
gentilmente segnalarmi il termine , che si può paragonare al copto, durezza di cuore.
20
Ho tradotto la parola (pagina V, riga 3), con corrompere, praticare la corruzione,
accettando l'interpretazione proposta da M. Brugsch.
La città chiamata Sexem (riga 3), è stata identificata da M. J. Di Ròugé con Letopolis.
§ 14. riga
4.
Oh dei che abitate il cielo inferiore;
Ascoltate la voce di Osiride il tale.
Egli è venuto vicino a voi;.
5.
Non ha conservato nessuna sozzura di peccato;
Non ha più nessun male in lui;
Nessun accusatore si è levato contro lui;.
Esso vive nella verità;
Si nutre di verità.
Gli dei sono soddisfatti di tutto ciò che ha fatto,
6.
Ha dato dei pani a chi aveva fame,
Dell'acqua a chi aveva sete,
Dei vestiti a chi era nudo.
Ha portato delle offerte agli dei,
Delle oblazioni funerarie ai mani.
Non è stata presentata, a nessun dio, protesta contro lui.
7.
Che entri [dunque] nel cielo inferiore,
Senza essere respinto;
Che serva Osiride e gli dei di Kerti;
8.
[Perché] è favorito tra i fedeli
E divinizzato tra i perfetti.
Che viva!
Che la sua anima viva!
Che la sua anima sia ammessa ovunque lei desideri.
9.
Esso ha ricevuto il suo Shaï-en-sinsin [Libro delle respirazioni],
Affinché respiri con la sua anima, [con] quella del cielo inferiore,
10.
E possa compiere tutte le metamorfosi, a suo piacimento.
Con gli abitanti di Amenti.
Che la sua anima vada ovunque desideri,
21
11.
E che viva per sempre sulla terra, eternamente e in perpetuo.
É tutto compiuto.
Questa notevole preghiera che si rivolge alle divinità della regione infernale, era recitata dal sacerdote
officiante, ed aveva lo scopo di rendere il defunto gradevole agli dei. É pregna di un grande sentimento
religioso e contiene delle massime morali, la cui sorprendente concordanza con i precetti del legislatore
ebraico e con quelli del Cristo è già stata segnalata dagli egittologi, in particolare M. Chabas nelle sue
Memorie intitolate "Hebraeo-Aegyptiaca".
É agevole riconoscere grazie a questa composizione la fonte di dove Diodoro di Sicilia ha estratto il
seguente racconto: " Quando la barca arriva sul lago, prima di deporvi la cassa che contiene il defunto,
tutti hanno il diritto di formulare contro di esso delle proteste; se nessun accusatore si presenta o se
l'accusa sembra calunniosa, i parenti abbandonano il lutto, fanno l'elogio dello scomparso, ma non
parlano della sue origini come lo fanno i greci, perché gli egiziani si reputano tutti ugualmente nobili;
ma celebrano la sua educazione e le sue conoscenze, la sua pietà e la sua giustizia, la sua continenza
e le sue altre virtù, dalla gioventù fino all'età virile; infine invocano gli dei degli inferi e li supplicano di
ammetterlo nella casa riservata agli uomini devoti. La folla vi unisce le proprie approvazioni corredate
di voti affinché il defunto goda negli inferni della vita eterna, nella società dei buoni".
La prima metà del paragrafo di questo testo riproduce le righe 37 e 38 del Libro dei Morti.
Ho reso con testimone a carico, accusatore, il gruppo (riga 5) che è indicato nella maggior
parte dei manoscritti con il segno dell'uomo.
Alla riga 10, ho preferito tradurre con abitanti di Amenti, il gruppo che letteralmente
significa, gli occidentali.
§ 14b. riga
1.
Si trascini l'Osiride nella grande vasca di Khons.
2. Dopo che ha ripreso il suo cuore,
22
3. Si seppellisca [nel sarcofago] lo Shaï-en-sinsin [Libro delle respirazioni],
4. Che è scritto nella tela di suten sui due lati.
5. Sia posto [sotto] il suo braccio sinistro,
6. Vicino al suo cuore,
7. ----------------------------------------------
8. É verità, questo libro è scritto per lui,
9. Esso respirerà con le anime degli dei,
10.
Sempre ed eternamente.
La sezione ci presenta il defunto che passa, come Osiride, nella grande vasca di Khons. Questa
prescrizione, relativa al trasporto della mummia attraverso uno dei laghi sacri, è riportata anche nei
papiri Rhind. Questa costumanza ricorda il seguente passaggio di Diodoro di Sicilia: "Quando il corpo è
pronto per essere seppellito, i parenti avvertono i giudici, i vicini e gli amici del defunto; indicano loro il
giorno dei funerali con questa formula, il tale deve passare il lago della provincia dove è morto. Appena
giungono i giudici, in numero superiore a quaranta, si siedono in un emiciclo al di là del lago. Una
barca, chiamata Baris, è portata da chi ha il compito di costruirla; essa è condotta da un pilota che gli
egiziani chiamano nella loro lingua Charon. (Questo nome significa conducente, dal geroglifico
)".
Nonostante la brevità del testo, appare evidente che lo storico greco ha messo insieme una cerimonia
funeraria e la scena del giudizio dell'anima, descritta al capitolo 125 del Libro dei Morti.
Alla riga 2, il testo riferisce che il defunto ha ripreso il suo cuore. È noto che il cuore era imbalsamato,
separatamente, in uno dei quattro canopi che si depositavano nel sepolcro, vicino alla mummia.
La mia traduzione dei gruppi , all'interno ed al
di fuori , vale a dire, dai due lati, al recto ed al verso, è puramente ipotetica.
Non ho potuto decifrare la riga 8 del testo ieratico. La prescrizione finale si trova soltanto in tre
manoscritti del Louvre dove è più o meno mutilata, cancellata o alterata.
23
La teoria del destino degli eletti, così come la formula lo Shaï-en-sinsin, può riassumersi in poche
parole.
Purificato nel fisico, nel morale e giustificato davanti ad Osiride, grazie alle sue virtù ed alle sue buone
opere, il defunto si riunisce al Sole e scende con lui, varcando le porte dell'orizzonte orientale, nel cielo
inferiore.
Ptah lo dota di un nuovo corpo di ossa e carne, simile a quello che aveva sulla terra; Amon l'anima del
soffio vitale; il suo cuore, principio della sua vita materiale, gli è restituito. Così ricostituito, il defunto
riprende tutte le funzioni dei suoi organi corporali: vede, sente, parla, cammina, beve, dorme e si
sveglia ogni giorno; gode di una salute continua; non ha più nulla da temere dai suoi nemici. Conserva
la sua individualità, acquista il privilegio di prendere tutte le apparenze a suo gradimento, di
trasportarsi istantaneamente da un luogo ad un altro, di visitare la terra ogni giorno e anche di vivere
una nuova esistenza corporale.
L'anima vive eternamente, ma separata dai mani [Tuttavia grazie a quanto contenuto nel capitolo 100
del Libro dei Morti, sembra che il defunto potesse ritornare in possesso della sua anima].
Queste informazioni sulla seconda vita sono completate da altri testi. Il mondo a venire è
rappresentato sull' immagine di quello di quaggiù; la vita spirituale è per così dire un calco della vita
umana, in quanto le occupazioni degli eletti sono analoghe a quelle dell'uomo sulla terra. Non è, però,
un'esistenza contemplativa eterna, una felicità passiva, ma una vita attiva e laboriosa.
Tale è la concezione egiziana della vita divina dei giusti di cui mi sono limitato di esporne la teoria
senza cercare di spiegarla.

Tratto dal sito internet: www.Montesion.it 

Dhammapada

Il libro più amato Dal Canone Buddista
Il dito che indica la luna
Tra storia e leggenda
Gautama Buddha visse nel VI secolo a.C., un'epoca di straordinario fermento
intellettuale e spirituale in tutto il mondo antico. All'incirca negli stessi anni in
cui in Cina, due giganti del pensiero e della coscienza, Lao-Tze e Confucio,
danno forma a quelle che resteranno nel corso dei millenni le caratteristiche
fondamentali della riflessione filosofica, della cultura, dell'arte e della religione
cinese. In Grecia i filosofi presocratici gettano le basi del pensiero filosofico e
scientifico di tutto l'Occidente. In India ferve una ricerca filosofica e spirituale
intensa, con grandi centri di sapere, innumerevoli scuole e accesi dibattiti, e
nascono più o meno contemporaneamente in questi anni il buddismo e il
jainismo, le altre due grandi religioni indiane oltre all'induismo, che vanta già
una storia millenaria.
Nel vasto alveo di quest'ultima religione, a partire più o meno dal 1000 a.C.,
accanto alla tradizione vedica e braminica, si è andata sviluppando
un'importante corrente mistica, che trova espressione nei testi delle
Upanishad. Ed è a questo mondo culturale, in particolare al mondo dei 'saggi
della foresta' upanishadici, che appartengono i concetti fondamentali di cui
Buddha si serve nel suo insegnamento. In questo senso si può dire che egli sia
stato non tanto portatore di una nuova visione, quanto di un approccio
esperienziale dotato di una nuova freschezza e universalità, un approccio
rivolto a tutti coloro che erano disposti a metterlo in pratica anziché a una
ristretta cerchia di asceti e di mistici. Con il tempo questo seme si svilupperà in
un immenso albero dai rami ampiamente diversificati (che vanno, per esempio,
dal tantrismo tibetano allo Zen giapponese) e tuttora vitali. Non solo all'ombra
di esso vive la propria vita religiosa gran parte dell'Oriente, ma negli ultimi
decenni, esso ha incominciato a esercitare un'influenza importante anche su
certe frange d'avanguardia della cultura occidentale.
Che cosa sappiamo della vita di Buddha? Come quella di tutti i fondatori di
grandi religioni, essa è ampiamente circondata di leggende. Ma abbiamo
ragione di ritenere che queste leggende contengano un nocciolo di verità e
alludano ad una personalità storica relativamente ben individuata.
2
La figura storica è quella del principe Siddhartha Gautama, nato nel 563 a.C.,
figlio del sovrano del piccolo regno del clan Shakya, ai piedi dell'Himalaya,
nella regione che è oggi al confine fra l'India e il Nepal. Era a quei tempi una
regione prospera, a cavallo delle vie commerciali d’accesso alla valle del
Gange, che doveva quindi conoscere un notevole sviluppo urbano.
Buddha perciò crebbe in un ambiente ricco e raffinato, a contatto con quanto di
meglio la cultura dei suoi tempi poteva offrire. Da questo mondo si staccò per
diventare un 'monaco mendicante' (bhikkhu) e trascorse la seconda parte della
propria vita in estrema semplicità, viaggiando per l’India e insegnando il
cammino del risveglio (Buddha è un appellativo che significa appunto
'risvegliato') a tutti coloro che si raccoglievano intorno a lui. Morì verso il 483
a.C.
Questo, a grandi linee, il nocciolo storico. Il resto di ciò che ci è stato
tramandato di lui, appartiene piuttosto alla sfera del mito e della leggenda, e
va in gran parte letto in chiave simbolica piuttosto che fattuale. Alcune
leggende sono tuttavia significative e costituiscono suggestive illustrazioni del
suo insegnamento.
Una di queste, è la storia secondo cui il giovane principe sarebbe stato tenuto
accuratamente al riparo da ogni contatto con tutto ciò che nella vita umana
costituisce debolezza, infermità, bruttezza, sofferenza. Per anni fu tenuto
lontano da ogni esperienza riguardante la malattia o la morte. Ma un giorno
egli convinse il suo auriga a portarlo a fare un giro fuori dalle mura del palazzo.
In questa gita s’imbatté prima in un malato, poi in una vecchia, poi in un
cadavere. Questi incontri furono per lui una specie di rivelazione. Questa era
dunque la realtà sottostante alle dorate apparenze della sua vita di svaghi e di
piaceri. Il quarto incontro fu con un bhikkhu immerso in meditazione.
L’immagine di quell'uomo, restò impressa nella memoria del principe
Siddhartha e fu come un presentimento del cammino che lui stesso avrebbe
più tardi intrapreso.
Un'altra storia suggestiva riguarda l'illuminazione, il momento del risveglio.
Lasciata la casa paterna, Siddhartha visse per anni nelle foreste, praticando
forme estreme di ascetismo. Era questa una nobile e antica tradizione di
ricerca spirituale: per ottenere la liberazione dalla ruota karmica, che ci tiene
vincolati all'esistenza condizionata, e prigionieri della sofferenza, occorre
andare al di là di ogni attaccamento, e questo era appunto il senso delle
pratiche ascetiche degli eremiti della foresta. Siddhartha, si dedicò dunque con
estremo rigore a queste pratiche, digiunando, dormendo sulla nuda terra,
meditando incessantemente, fino a ridursi allo stremo delle forze e ad un soffio
dalla morte. Invano, malgrado tutti i suoi sforzi, la porta della liberazione
restava ostinatamente chiusa. Finché giunse a perdere ogni speranza. Capace
appena di trascinarsi, si sedette ai piedi di un albero. Tutto era vano. Cessato
ogni sforzo, caduto anche il desiderio della liberazione, si abbandonò
semplicemente al puro 'esserci'. Senza più cercare nulla, senza più sperare
nulla, senza più desiderare nulla, Siddhartha semplicemente restò seduto ai
piedi dell'albero. Era la notte della prima luna piena di primavera. Una giovane
3
contadina, scambiando quella figura per un dio, gli portò delle offerte di cibo.
Poiché il suo digiuno non aveva più ragione d’essere, Siddhartha mangiò,
possiamo immaginare con un sano appetito. E restò seduto. In
quell'abbandono una pace sconosciuta lo avvolse. La sua coscienza divenne un
lago limpido e immobile, uno specchio vuoto. E quando la stella del mattino
sorse sopra l'orizzonte egli non c'era più. La fiamma dell'esistenza separata si
era spenta in lui. Ciò che pulsava in lui era il cuore dell'esistenza stessa. I suoi
occhi erano diventati finestre sull'infinito. Non c'era più in lui alcuna resistenza
all'infinita danza della vita/morte/vita. Nulla che si ponesse come separato
rispetto al tutto. Non c'era più un io, ma solo una presenza, Buddha, 'il
risvegliato'.
Secondo una leggenda sarebbe stato il dio creatore stesso, Brahma, a
convincere Gautama Buddha a prendere la via dell'insegnamento, a cercare di
indicare agli esseri umani il cammino della liberazione che egli aveva trovato.
Questo divino intervento allude a una certa paradossale situazione in cui
Buddha, come i mistici d’ogni luogo e d’ogni tempo, venne a trovarsi.
All'esperienza sublime che trascende ogni esperienza, si accompagna la chiara
realizzazione che questa perfetta beatitudine è la natura intrinseca di tutti gli
esseri. Ogni essere umano, ogni essere senziente, è potenzialmente un
Buddha. É un Buddha addormentato, un Buddha in attesa di svegliarsi. Il passo
che conduce dalla sofferenza alla gioia è brevissimo, anzi, non è nemmeno un
passo. E la beatitudine del Buddha è tanto grande, che vuole essere condivisa,
trabocca, si riversa naturalmente verso tutti gli esseri viventi. Come non
condividere con tutti questo destino sublime che appartiene loro di diritto?
Eppure, nello stesso tempo, e qui sta il paradosso, come condividerlo? Come
comunicare un'esperienza che sta del tutto al di fuori della mente, una realtà
che può solo essere sperimentata in uno spazio di non-mente? Con quali parole
esprimere l'inesprimibile, quando la mente a cui il linguaggio appartiene è
l'ostacolo stesso all'esperienza che si vuole comunicare? Ogni illuminato, a
quanto pare, si trova di fronte a questo dilemma. Il grande mistico cinese Lao-
Tze inizia il suo libro, il Tao Te Ching, dicendo: «Il Tao di cui si può parlare non
è l'eterno Tao».
Bisogna perciò, secondo la leggenda, che sia un dio a spingere Buddha a
tentare l'impossibile, a comunicare l'incomunicabile, a fare del suo stesso
essere un invito, un dito che indica la luna. Il dito non è la luna e molti si
attaccheranno al dito senza vedere la luna. Ma alcuni che hanno occhi per
vedere, vedranno. E se anche un solo essere dovesse accogliere l'invito al
risveglio, questo basterebbe a giustificare tutta una vita spesa a 'far girare la
ruota del dharma', a parlare della legge eterna, dell'eterno essere-così delle
cose.
Il Dhammapada, il 'cammino dei dharma', è una traccia di quest’insegnamento.
Nell'intero vastissimo canone delle scritture buddiste, non abbiamo nulla che
possiamo indicare con certezza come testuali parole del Buddha. Ma non c'è
dubbio che questi testi, consegnati alla scrittura parecchio tempo dopo la
morte dei maestro, riflettono lo sforzo devoto dei discepoli diretti e di quelli
4
delle generazioni successive, di tramandare il più fedelmente possibile le parole
del Buddha. Significativamente certi testi cominciano con le parole: «Così ho
udito ... » É una locuzione che esprime insieme lo sforzo di fedeltà e l'umiltà di
chi riferisce. Non 'così ha detto Buddha', ma 'così ho udito'. Fra il messaggio
che viene dalla dimensione al di là della mente e quello che la mente è in
grado di ricevere e di capire c'è uno iato: «Così ho udito ... »
Il Dhammapada è dunque un 'così ho udito'. É una raccolta, compilata parecchi
anni dopo la morte di Buddha (probabilmente fra uno e quattro secoli), di
aforismi tramandati e ricordati come parole del maestro. Non contiene nulla
delle elaborate discussioni e narrazioni che caratterizzano i testi più estesi, Qui
troviamo solo lapidarie e spesso poetiche affermazioni ed esortazioni, raccolte
per temi (la consapevolezza, la mente, la gioia, il piacere, l’ira, eccetera).
Questi 'temi' sono a volte solo metafore ricorrenti (i fiori, le migliaia,
l'elefante); a volte è solo la presenza di una certa parola a giustificare la
collocazione di un aforisma entro un certo tema. Non si può dire dunque che si
tratti di una raccolta veramente organica. A volte, inoltre, è lecito supporre che
strati di interpretazioni successive si siano sovrapposti a ciò che 'è stato detto'.
Ciononostante questa piccola raccolta contiene un tesoro inestimabile, ci
comunica qualcosa del sapore dell'insegnamento di quest'uomo straordinario.
In essa forse più che in ogni altro testo abbiamo la sensazione che Buddha stia
parlando a noi direttamente, per 'ammonirci, guidarci, distoglierci dall'errore'.
Ed è probabilmente questa qualità che ha fatto di questo libricino forse il più
amato e il più letto dell'intero canone buddista.
Per accostarsi all'insegnamento di Buddha
É impossibile, in una breve introduzione come questa, dare un'idea anche
sommaria dell'insegnamento di Buddha. Al lettore o alla lettrice che incontrano
per la prima volta il pensiero buddista, possono tuttavia essere utili alcune
parole di presentazione di certi concetti ricorrenti nel testo che sono parecchio
estranei al pensiero occidentale.
Il primo e fondamentale di questi concetti è proprio quello di risveglio, bodhi,
illuminazione o liberazione. 'Risveglio' presuppone un sonno: il sonno, di cui
qui si tratta, non è altro che lo stato della nostra coscienza ordinaria. La
concezione sottostante, è che la nostra ordinaria percezione di noi stessi e del
mondo sia fondamentalmente 'illusione'. Viviamo in un mondo di miraggi e di
fantasmi, agiamo tutto un nostro teatro interno di sogni e di proiezioni.
Al centro di questo mondo c'è un'illusione o errore fondamentale: l'illusione
dell'esistenza di un 'sé', l'illusione che ci fa credere di esistere come qualcosa di
individuato e separato dal tutto. É un po' come se un'onda credesse di esistere
separatamente dal mare. Le onde si raccolgono, si frangono, si rimescolano nel
mare. L’acqua stessa che le forma non è mai la stessa.
L’onda è solo un disegno che emerge e si dissolve nel caleidoscopico
movimento complessivo dell'acqua. Ma, se l'onda si identifica con la propria
5
esistenza separata, essa viene a trovarsi inevitabilmente in una lotta disperata
con la realtà della propria impermanenza. Il sé, che si illude di esistere non
può che attaccarsi a tutto ciò che nutre la sua esistenza separata e cercare di
respingere tutto ciò che avvicina la sua dissoluzione nel tutto. L’illusione
primaria dell'esistenza di un sé, è perciò immediatamente seguita da due
movimenti della coscienza: attrazione e repulsione, desiderio e avversione,
odio, paura. L’illusione primaria è il nocciolo di quella che i buddisti
caratterizzano come 'ignoranza': uno stato di offuscamento in cui non siamo in
grado di percepire la realtà delle cose. E questa terna, ignoranza, desiderio,
avversione, si trova al centro della ruota della vita e della morte, un curioso
mandala circolare che descrive simbolicamente il fatale avvicendarsi di nascita,
crescita, invecchiamento, morte e rinascita. Perduti in questo ciclo del
samsara, dell'esistenza illusoria, gli esseri si trascinano di vita in vita,
inseguendo un sogno impossibile, eternamente prigionieri della disillusione,
della sofferenza e della morte.
La più lapidaria enunciazione di questo stato di cose è costituita dalle
cosiddette 'quattro nobili verità, di Buddha. Esse sono: l'esistenza è sofferenza;
questa sofferenza ha un'origine; essa ha anche una fine; il cammino che
conduce al risveglio porta alla fine della sofferenza. Cioè: l'illusione di esistere
separatamente, ci pone in conflitto con l'effettivo essere-così delle cose e ci
pone perciò in una situazione cronica di sofferenza. Questa sofferenza ha la
sua origine nell'ignoranza, nel desiderio e nell'avversione. Perciò chi va al di là
di ogni desiderio e di ogni avversione, chi si risveglia dal sonno dell'ignoranza,
trascende ogni sofferenza. Non è più identificato con il proprio corpo e, anche
se il corpo muore, la sua coscienza vive in tutto l'universo. Ma, la sua
coscienza, non è più questo frammento che si è illuso di esistere
separatamente e che ha viaggiato di corpo in corpo: essa è semplicemente 'la'
coscienza, la coscienza dell'universo, la coscienza del tutto.
Può esser utile dire qualche parola anche a proposito del concetto di
reincarnazione, che, familiare e naturale in tutto il mondo orientale, è invece
fondamentalmente estraneo alla cultura ebraico-cristiana. L’idea sottostante a
questo concetto è quella di karma, secondo cui ogni azione lascia delle tracce
sottili nella coscienza di chi la compie, tracce, che a loro volta facilitano il
prodursi di certe azioni e di certe circostanze nella vita della persona. Il
pensiero orientale assume che questo rapporto di consequenzialità non si limiti
all'ambito di una sola vita, ma si estenda anche al di là della morte, in un ciclo
di trasmigrazioni che il sé illusorio percorre, sospinto dalla molla del desiderio e
dell'avversione e condizionato dalle tracce delle proprie passate azioni ed
esperienze.
Non è necessario condividere questo presupposto per cogliere l'essenza del
discorso di Buddha. Dal punto di vista di Buddha, il ciclo delle reincarnazioni, è
solo la metafora con cui la mente orientale si rappresenta l'esistenza di un sé
separato, mentre il pensiero occidentale, se la rappresenta con la metafora di
un'unica vita seguita da un aldilà o dal nulla eterno, secondo le credenze. Né
l'una né l'altra vanno prese sul serio: entrambe descrivono qualcosa che ha
comunque un'esistenza soltanto illusoria. E interessante notare che questo non
6
è soltanto il punto di vista di Buddha, ma anche quello delle più raffinate
conoscenze sulla materia di cui disponiamo oggi. Dal punto di vista della fisica
per esempio, l'idea dell'esistenza autonoma di un corpo è del tutto astratta e
formale, nel contesto di quel viluppo indivisibile di campi interagenti che è
l'immagine della realtà fornita dalle teorie più recenti.
Più vicina alla nostra esperienza diretta, è forse una semplice interpretazione
psicologica dell'idea di reincarnazione. La vita del nostro corpo e della nostra
coscienza è un flusso costante: in un certo senso moriamo e rinasciamo ogni
momento. E ogni momento rinasciamo portando con noi le tracce del nostro
passato, il nostro karma istante per istante. In questo senso il Dhammapada è
un invito a concentrare tutta la nostra attenzione, tutta la nostra energia, tutta
la nostra consapevolezza, tutta la nostra capacità di risveglio in ogni attimo di
vita. Ogni attimo di luce si lascia dietro una scia di luce. Se in questo istante
sei sveglio, attento, cosciente, è più facile che tu sia sveglio, attento cosciente
nel prossimo istante. Usando una metafora cristiana potremmo dire: il paradiso
e l'inferno sono qui, sono una realtà immediata, la crei tu stesso attimo per
attimo.
A volte può sembrare che il Dhammapada abbia toni di negazione della vita nei
suoi aspetti concretamente sensibili. Un enunciato come 'l'esistenza è
sofferenza' o l'invito a trascendere ogni desiderio, possono essere letti come
negazione della gioia e della bellezza, di questo miracoloso divino caleidoscopio
di illusioni in cui viviamo. E non c'è dubbio che in una parte notevole
dell'ortodossia buddista, come del resto di quella cristiana, tutta una dottrina e
una pratica sono condizionate da questo approccio anti-vitale. Ma,
fortunatamente, nel buddismo sopravvivono anche tradizioni che leggono il
messaggio di Buddha in maniera diversa. Secondo queste letture l'invito non è
a 'rinunciare al mondo', a minimizzare il godimento del corpo e l'esperienza
sensibile, a rifugiarsi nell'ascesi, anche se questo può essere un passo utile in
una certa fase del cammino. Non dimentichiamo che Buddha raggiunse la
liberazione quando si spinse al di là anche delle sue pratiche ascetiche.
Nel buddismo Zen c'è una curiosa serie di dieci immagini, detta 'i dieci tori
Zen', che descrive il cammino verso l'illuminazione. Nell'ultima di queste
immagini il protagonista, raggiunta l'illuminazione, ritorna verso la piazza del
mercato con un recipiente di vino in mano. Se c'è una rinuncia cruciale nel
cammino verso la liberazione, essa non è la rinuncia al mondo, ma la rinuncia
al punto di vista dell'io separato, al sofferente egoismo con cui cerchiamo di
realizzare i 'nostri' fini. Ogni altra rinuncia, ogni altra pratica ascetica, come
vari aforismi del Dhammapada suggeriscono, è un'arma a doppio taglio: nel
sonno dell'io essa può trasformarsi in un nuovo attaccamento, in ambizione
spirituale, in un modo per sotterrare conflitti e dubbi. I più sottile
attaccamento, l'ultimo ostacolo, sembra essere proprio il desiderio
dell'illuminazione. Perciò, dice l'ultimo capitolo del Dhammapada, il bramino
'non desidera nulla, né in questo né nell'altro mondo'.
Nota del curatore sulla traduzione. Questa libera versione del Dhammapada è
stata condotta su un certo numero di traduzioni inglesi dell'originale pali. In
7
essa mi sono sforzato di rendere lo spirito piuttosto che la lettera del testo,
Buddha insomma ‘così come l'ho udito', piuttosto che il buddismo ,come sta
scritto'.
Non ho tradotto alcuni termini particolarmente significativi, come dhamma e
nibbana, (benché a volte abbia deciso di renderli con una circonlocuzione).
Questi termini li ho dati nella loro forma sanscrita (dharma, nirvana), più
familiare agli occidentali rispetto alla forma pali.
C'è da aggiungere per concludere che, oltre al Buddha, il Dhammapada
propone altre figure come invito e modello. Una di queste è pandit, il saggio.
Un'altra è arhat, l'illuminato. Altre due sono il mendicante, bhikshu, e il
bramino, brahmin. Un bramino è un membro della casta sacerdotale indù e
bhikshu è ancora oggi il termine che designa il monaco buddista. Ma la
connotazione specifica di questi termini non ha molta importanza nel
Dhammapada. Per lo più essi sono usati in modo quasi interscambiabile per
indicare la persona che segue con assoluta dedizione il cammino del dharma, o
che è prossima al risveglio, o che l'ha raggiunto. Questa fluidità può essere
frustrante per la mente che classifica e analizza, ma essa ci ricorda che
essenzialmente siamo tutti dei Buddha, a qualunque punto del cammino ci
troviamo.
Il dito
che
indica
la
luna
I Versi gemelli
1 Siamo ciò che pensiamo.
Tutto ciò che siamo
è prodotto dalla nostra mente.
Ogni parola o azione
che nasce da un pensiero torbido
è seguita dalla sofferenza,
come la ruota del carro
segue lo zoccolo del bue.
2 Siamo ciò che pensiamo.
Tutto ciò che siamo
8
è prodotto dalla nostra mente.
Ogni parola o azione
che nasce da un pensiero limpido
è seguita dalla gioia,
come la tua ombra ti segue,
inseparabile.
3 «Mi ha insultato, mi ha aggredito,
mi ha ingannato, mi ha derubato.»
Se coltivi questi pensieri
vivi immerso nell'odio.
4 «Mi ha insultato, mi ha aggredito,
mi ha ingannato, mi ha derubato.»
Abbandonando questi pensieri
ti liberi dell'odio.
5 In questo mondo l'odio
non può porre fine all'odio.
Solo l'amore è capace
di estinguere l'odio.
Questa è la legge eterna.
6 In questo mondo tutti
siamo destinati a morire.
Ricordandotene,
come puoi serbare rancore?
7 Con la stessa facilità con cui il vento
sradica un fragile albero
le tentazioni trascinano
chi è alla ricerca del piacere,
chi è avido, pigro e debole.
8 Ma, come il vento
non riesce ad abbattere una montagna,
nessuna tentazione scuote
chi è desto, energico,
fiducioso e vive semplicemente.
9 Se la tua mente non è limpida,
se sei insincero e incapace di controllarti,
invano indossi l'abito giallo.
10 Se la tua mente è limpida,
se sei sincero e padrone di te,
ben ti si addice l'abito giallo.
9
11 Confondendo l'essenziale e l'inessenziale
perdi di vista la tua vera natura
e coltivi vani desideri.
12 Riconoscendo l'essenziale come tale
e l'inessenziale come tale
ritrovi la tua vera natura
e arrivi all'essenza.
13 Come la pioggia penetra in una capanna
il cui tetto non è ben impagliato,
così le passioni si insinuano
in una mente inconsapevole.
14 Ma una mente consapevole
è come una capanna
dal tetto ben impagliato.
15 Chi fa del male
soffre in questo mondo e nell'altro.
16 Chi fa del bene
gioisce in questo mondo e nell'altro.
17 Chi fa del male
soffre in questo mondo e nell'altro.
Soffre contemplando il male che ha fatto
e ancora di più soffre
scendendo nell'oscurità.
18 Chi fa del bene
gioisce in questo mondo e nell'altro.
Gioisce contemplando il bene che ha fatto
e ancora di più gioisce
innalzandosi nella luce.
19 Chi recita a memoria le scritture,
ma non le mette in pratica,
è come un mandriano
che conta le vacche altrui.
Costui non è partecipe
della vita dello spirito.
20 Ma se, pur conoscendo solo
una piccola parte delle scritture,
pratichi il dharma,
abbandoni le passioni, l'odio e le illusioni,
coltivi la saggezza e la serenità,
10
non hai desideri
né in questo mondo né nell'altro,
allora veramente sei partecipe
della vita dello spirito.
II La consapevolezza
21 La consapevolezza conduce alla vita eterna,
l'inconsapevolezza alla morte.
Chi si è risvegliato alla propria vera natura
non muore.
L’inconsapevole vive come se fosse già morto.
22 Il saggio, colui che ha compreso,
trova la sua gioia nella consapevolezza,
trova la sua gioia
nel cammino tracciato dai Buddha.
23 Perciò medita con perseveranza
per raggiungere il nirvana,
la libertà ultima.
24 Perciò svegliati, osservati,
agisci con purezza e con attenzione
conformemente alla legge eterna
e la tua gloria crescerà.
25 Con la consapevolezza,
con la padronanza di sé,
il saggio si costruisce un'isola
che nessun diluvio può sommergere.
26 L’inconsapevole agisce distrattamente.
Il saggio invece custodisce la consapevolezza
come il suo tesoro più prezioso.
27 Perciò non lasciarti andare all'inerzia
e non lasciarti trascinare dai desideri.
Concentra la tua energia nella meditazione
e scopri la felicità più grande.
28 Squarciato il velo dell'inconsapevolezza,
dall'alto della torre della saggezza
il saggio contempla l'umanità sofferente
come chi dalla vetta di una montagna
guarda verso gli abitanti della pianura.
11
29 Attento fra i distratti,
desto fra i dormienti,
il saggio si stacca dalla massa
come un veloce cavallo da corsa.
30 Grazie alla consapevolezza
Indra è divenuto signore degli dei.
Sempre preziosa è la consapevolezza,
sempre rovinosa l'inconsapevolezza.
31 Perciò il bhikshu che ama la consapevolezza
e teme il sonno dell'inconsapevolezza
brucia ogni legame
con il fuoco della sua pratica.
32 Il bhikshu che ama la consapevolezza
e teme il sonno dell'inconsapevolezza
non può ricadere nell'illusione.
Ha trovato la via verso la liberazione.
III La mente
33 Come il fabbro raddrizza una freccia,
così il saggio governa i suoi pensieri,
per loro natura instabili, irrequieti
e difficili da controllare.
34 I pensieri fremono e si dibattono
per sfuggire alla morte
come pesci tolti alla loro dimora liquida
e gettati sulla terraferma.
35 La padronanza della propria mente,
ribelle, capricciosa e vagabonda,
è la via verso la felicità.
36 Il saggio osserva continuamente
i propri pensieri,
che sono sottili, elusivi ed erranti.
Questa è la via verso la felicità.
37 pensieri, incorporei ed erranti,
vagano lontano.
Raccoglili nella caverna del cuore
e liberati dalla schiavitù
del desiderio e della morte.
38 Come può una mente agitata
12
comprendere la legge eterna?
Se la serenità della mente è turbata,
la saggezza non può manifestarsi.
39 Il risvegliato,
colui la cui mente è serena
e ha trasceso il dilemma del bene e del male,
è libero da ogni timore.
40 Questo tuo corpo è fragile
come un vaso di coccio.
Fai della tua mente una fortezza
e combatti le tentazioni
con l'arma della saggezza.
41 Ben presto questo corpo
giacerà sulla terra,
privo di coscienza,
inutile come un ceppo bruciato.
42 Nessuno, neppure il tuo peggior nemico
può nuocerti quanto una mente indisciplinata.
43 Ma una mente disciplinata
è un'alleata preziosa.
Nessuno, né tua madre, né tuo padre,
né i tuoi amici,
può esserti di altrettanto aiuto.
IV Fiori
44 Chi è in grado di andare al di là
di questo mondo
e del mondo della morte
con tutti i suoi dei?
45 Tu stesso lo sei,
scegliendo il cammino luminoso del dharma
con la stessa cura
con cui un giardiniere
sceglie i fiori più belli.
46 Questo tuo corpo
è come schiuma sulla cresta di un'onda,
nulla più che un miraggio.
Spezza i dardi fioriti del desiderio,
e va dove il re della morte
13
non può raggiungerti.
47 Come un'alluvione trascina via
un villaggio addormentato,
così la morte rapisce
chi è intento a cogliere
i fiori del piacere,
immerso nel sonno dell'inconsapevolezza.
48 La morte lo coglie,
prima ancora che sia sazio
dei piaceri che cerca.
49 Il saggio si muove nel mondo come un'ape,
che raccoglie il nettare dei fiori
lasciandone intatti la bellezza e il profumo.
50 Anziché badare agli errori altrui
osserva i tuoi,
esamina ciò che hai commesso
e ciò che hai omesso di fare.
51 Le belle parole di chi non mette in pratica
ciò che predica
sono come fiori colorati,
ma senza profumo.
52 Ma le parole sincere di chi vive
la propria verità
sono come fiori colorati e profumati.
53 Come da un mucchio di fiori
si possono trarre molte ghirlande,
fa delle occasioni della tua vita
ghirlande di nobili azioni.
54 Per quanto penetrante,
il profumo del legno di sandalo o del gelsomino
non si propaga controvento.
Ma il profumo della virtù
si propaga in ogni direzione,
raggiunge ogni angolo del mondo.
55 Esso è più fine del profumo
del legno di sandalo,
del fiore di loto, del gelsomino.
56 Il profumo del legno di sandalo o del gelsomino
14
non va lontano.
Ma il profumo della virtù
si innalza fino agli dei.
57 Le tentazioni non sviano
chi vive nella virtù e nella consapevolezza,
chi ha trovato la libertà nella saggezza.
58 Il loto profumato che rallegra il cuore
cresce nel fango sul ciglio della strada.
59 Così fra i ciechi mortali
il discepolo del Buddha
splende per la sua saggezza.
V L’inconsapevole
60 Lunga è la notte per l’insonne,
lungo è il cammino per il viaggiatore stanco,
lungo il vagare attraverso molte vite
per l'inconsapevole
che non ha ancora trovato
la via del dharma.
61 Se non trovi una guida
o degni compagni di viaggio,
va solo,
piuttosto che in compagnia degli inconsapevoli.
62 L’inconsapevole è roso dall'ansia
per i suoi figli, per i suoi beni.
Ma come possono i figli o i beni appartenergli?
Lui stesso non si appartiene.
63 L’inconsapevole che sa di essere tale
è in parte saggio.
Ma l'inconsapevole che si crede saggio
è uno sciocco incurabile.
64 Come può un cucchiaio
percepire il sapore della minestra?
L’inconsapevole può trascorre tutta la vita
in compagnia di un Buddha
senza cogliere il sapore del dharma.
65 Ma, come la lingua percepisce subito
il sapore della minestra,
15
basta un attimo di consapevolezza
in compagnia di un Buddha
per comprendere la via.
66 L’inconsapevole è il peggior nemico di se stesso:
le sue azioni cieche producono frutti amari.
67 Perché fare ciò di cui ti pentirai?
Perché fare ciò che ti porterà lacrime?
68 Fa ciò di cui non ti pentirai,
fa ciò che ti porterà gioia.
69 Il male fatto nell'inconsapevolezza
può dapprima sembrare dolce come il miele.
Ma i suoi frutti sono amari
e fonte di sofferenza.
70 Per mesi puoi cibarti solo
di ciò che sta sulla punta di un filo d'erba.
Ma nessuna pratica ascetica
vale un sedicesimo
di un attimo di comprensione del dharma.
71 Come il latte appena munto
non inacidisce subito,
così il male fatto nell'inconsapevolezza
cova come fuoco sotto la cenere.
72 Il sapere non giova all'inconsapevole;
nella sua cecità, l'uso che ne fa
si ritorce contro di lui.
73 L’inconsapevole aspira al prestigio,
al predominio sugli altri monaci,
al potere nel monastero.
74 Vuole essere ammirato
per le sue opere,
vuole dettare agli altri
ciò che devono e non devono fare.
In questo modo coltiva in sé
l'attaccamento e l'orgoglio.
75 Due sono le vie:
una va verso l'acquisire nel mondo,
l'altra verso la liberazione.
Perciò il discepolo del Buddha
16
non cerca gli onori,
ma solo la saggezza.
VI Il saggio
76 Se ti imbatti in un saggio
che ti mostra i tuoi errori
e ti segnala i pericoli del cammino,
seguilo come seguiresti
chi possiede la mappa di un tesoro.
77 Lasciati ammonire, lasciati guidare,
lasciati distogliere dall'errore.
Un uomo cosiffatto è amato
da tutti coloro che cercano la verità.
78 Non frequentare cattive compagnie.
Cerca l'amicizia di coloro che amano la verità.
79 Bevi alla sorgente del dharma
e vivi nella serenità e nella gioia.
80 Come il contadino incanala l'acqua,
come il fabbro raddrizza le sue frecce,
come il falegname lavora il legno,
così il saggio lavora se stesso.
81 Come una rupe non è scossa dal vento,
egli non è scosso
dall'elogio o dal biasimo degli uomini,
82 Nell'udire la verità,
il suo cuore diventa come un lago profondo,
limpido e calmo.
83 Non desidera nulla
e non parla a vuoto.
Qualsiasi cosa gli accada,
nella fortuna e nella disgrazia,
va per la sua strada
senza attaccarsi a nulla.
84 Non desidera né figli, né ricchezza, né potere,
per sé o per altri.
Non cerca di imporsi
con mezzi sleali.
85 Pochi sono coloro che arrivano all'altra sponda.
17
La maggior parte degli uomini
si agita su e giù lungo questa sponda.
86 Ma coloro che vivono il dharma
arrivano all'altra sponda,
al luogo dove la morte non ha potere.
87 Il saggio lascia la via dell'oscurità
per quella della luce.
Lascia la propria casa nel mondo
per dimorare soltanto in se stesso.
88 Abbandonando ogni desiderio
e ogni senso di possesso,
purifica il suo cuore
e conosce la gioia.
89 Ben radicato nei sette elementi
dell'illuminazione,
libero da ogni attaccamento e appetito,
raggiunge la libertà ultima
e diviene un faro per questo mondo.
VII L’illuminato
90 Ha portato a termine il suo viaggio.
E’ andato al di là della sofferenza.
Ha spezzato ogni vincolo
e vive in piena libertà.
91 Egli non dimora in alcun luogo,
ma costantemente spicca il volo
come i cigni che lasciano il proprio lago.
92 Segue una rotta invisibile
come il volo degli uccelli.
Non accumula nulla
e si nutre di saggezza.
Conosce la libertà ultima.
93 Segue una rotta invisibile
come il volo degli uccelli.
Non desidera nulla
e si nutre del vuoto.
Conosce la libertà ultima.
94 Ha domato la mente e i sensi,
18
è libero dall'orgoglio e senza macchia,
è ammirato perfino dagli dei.
95 Paziente come la terra,
saldo come una soglia,
trasparente come un lago limpido,
ha trasceso il ciclo della vita e della morte.
96 La sua mente è silenziosa,
le sue parole e le sue azioni irradiano pace.
La verità lo ha liberato.
97 E’ al di là di ogni fede,
conosce la realtà increata.
Ha tagliato ogni legame,
ha trasceso ogni desiderio,
è andato al di là di ogni tentazione.
Ha raggiunto l'apice dell'umano.
98 Dovunque egli viva,
nel villaggio o nella foresta,
nella valle o sulla collina,
regna la gioia.
99 Trova la gioia
anche nella profonda foresta,
non amata dagli uomini,
perché non desidera nulla.
VIII Migliaia
100 Meglio di mille vuote parole
è una sola parola che porta la pace.
101 Meglio di mille versi vani
è un solo verso che porta la pace.
102 Meglio di cento vuote frasi
è una parola del dharma
che porta la pace.
103 Meglio vincere te stesso
che vincere mille battaglie
contro mille uomini.
104 La padronanza di sé
è la vittoria più grande.
19
105 Né gli dei, né i demoni,
né il cielo, né l'inferno
possono toglierti una simile vittoria.
106 Cent'anni di rituali,
migliaia di sacrifici
non valgono l'onorare
anche solo per un attimo
colui che conosce se stesso.
107 Cent'anni trascorsi ad alimentare
il fuoco sacrificale nella foresta
non valgono l'onorare
anche solo per un attimo
colui che conosce se stesso.
108 Le offerte di un intero anno,
fatte per acquisire meriti,
non valgono un quarto dell'omaggio
reso al giusto.
109 Chi onora e segue il saggio
riceve quattro doni:
vita, bellezza, felicità e forza.
110 Meglio vivere un giorno consapevolmente
che cent'anni nell'inconsapevolezza.
111 Meglio vivere un giorno virtuoso e saggio
che cent'anni nell'errore e nell'ignoranza.
112 Meglio vivere un giorno totalmente
che cent'anni nell'inerzia e nell'indifferenza.
113 Meglio vivere un giorno
consapevoli del sorgere e dell'estinguersi
di tutte le cose.
114 Meglio vivere un giorno
consapevoli di ciò che non muore.
115 Meglio vivere un giorno
consapevoli del dharma.
IX Il male
20
116 Affrettati a fare il bene.
Astieniti dal male.
Se trascuri di coltivare il bene,
il male infesta la tua mente.
117 Se ti capita di fare del male,
non ripeterlo,
non lasciare che metta radici in te,
onde non incorrere nella sofferenza.
118 Se ti capita di far del bene,
ripetilo,
lascia che metta radici in te
e ti riempia di gioia.
119 Anche chi ha fatto del male
può gioire
finché le conseguenze del male fatto
non sono maturate.
120 che chi ha fatto del bene
può soffrire
finché il bene che ha fatto
non dà i suoi frutti.
121 Non prendere alla leggera
il male che fai,
pensando che non ti tocchi.
Una brocca si riempie
d'acqua che cade goccia a goccia.
122 Non prendere alla leggera
il bene che fai,
pensando che non ti tocchi.
Una brocca si riempie
d'acqua che cade goccia a goccia.
123 Come un ricco mercante
che viaggia senza scorta
evita un cammino pericoloso,
come chi ama la vita evita un veleno,
così evita il male.
124 Ma una mano senza ferite
può maneggiare veleni senza danno.
Così il male non tocca l'innocente.
125 Il male fatto a un innocente
21
è come polvere gettata controvento.
Esso si ritorce contro chi lo fa.
126 Alcuni rinascono in questo mondo,
altri all'inferno,
altri ancora in paradiso.
Ma coloro che sono senza macchia
entrano nel nirvana.
127 In nessun luogo al mondo,
né in cielo, né in fondo al mare,
né nelle più remote gole montane,
puoi sottrarti alle conseguenze
del male che hai fatto.
128 In nessun luogo al mondo,
né in cielo, né in fondo al mare,
né nelle più remote gole montane,
puoi sottrarti al dominio
della morte.
X La violenza
129 Come te, tutti gli esseri tremano
di fronte alla violenza,
tutti temono la morte.
Rispecchiandoti negli altri,
non uccidere e non ferire.
130 Come te, tutti gli esseri tremano
di fronte alla violenza,
tutti amano la vita.
Rispecchiandoti negli altri,
non uccidere e non ferire.
131 Chi cerca la propria felicità
ferendo altri esseri
che come lui cercano la felicità
non sarà mai felice.
132 Non ferire chi come te
cerca la felicità,
se vuoi essere felice.
133 Non ferire con parole crudeli.
La parole irate fanno male
e il dolore che provochi
rimbalza verso di te.
22
134 Immobile e silenzioso
come un gong spezzato
entra nel nirvana,
dove ogni agitazione scompare.
135 Come un mandriano con il suo bastone
spinge le vacche al pascolo,
la vecchiaia e la morte
sospingono le creature
verso nuove vite.
136 Ma l'inconsapevole non se ne rende conto
e brucia nel fuoco
delle sue proprie azioni.
137 Chi ferisce un innocente
o infligge una punizione immeritata
incorre in una di queste dieci calamità.
138 Subisce crudeli sofferenze, una grave malattia,
una mutilazione, l'invalidità o la pazzia.
139 Oppure viene perseguitato dal sovrano,
viene accusato di un crimine spaventoso,
subisce un lutto o la rovina economica.
140 Oppure la sua casa viene distrutta dal fulmine.
E quando il suo corpo si è dissolto
continua a bruciare all'inferno.
141 Né la nudità,
né i capelli arruffati,
né il digiuno,
né il dormire sulla nuda terra,
né il cospargersi il corpo di cenere,
né il sedere immobile:
nulla di tutto questo
può liberare chi non è libero dal dubbio.
142 Ma chi vive in serenità e purezza,
astenendosi dal nuocere ad alcun essere,
anche se indossa vesti eleganti
è un vero bramino,
un vero asceta, un vero bhikshu.
143 Un cavallo ben addestrato
non ha bisogno della frusta.
23
144 Come un cavallo ben addestrato
toccato dalla frusta,
sii ardente e scattante.
Liberati di questa sofferenza
con la meditazione, la consapevolezza,
la saggezza, la virtù, la fiducia
e l'impegno nella ricerca della verità.
145 Come il contadino incanala l'acqua,
come il fabbro raddrizza le sue frecce,
come il falegname lavora il legno,
così il saggio lavora se stesso.
XI La vecchiaia
146 Di che cosa puoi rallegrarti
mentre il tuo mondo brucia?
Sei immerso nell'oscurità
e non cerchi la luce?
147 Guarda questo tuo corpo:
un fantoccio dipinto
che sta insieme in qualche modo,
malato, pieno di ferite,
agitato da fantasie mutevoli e vacue.
148 Questo tuo corpo fragile,
malato, putrescente,
destinato, come ogni cosa vivente,
a morire e a dissolversi.
149 Guarda queste bianche ossa,
che un giorno saranno gettate via
come zucche in autunno.
150 Queste ossa costituiscono una fortezza
intonacata di carne e di sangue,
abitata da orgoglio e ipocrisia,
vecchiaia e morte.
151 Anche gli splendidi carri dei re
perdono con il tempo i loro colori.
Così il corpo invecchia.
Ma la legge eterna non invecchia:
questo è l'insegnamento che i saggi
trasmettono ai saggi.
24
152 Chi non impara dalla vita
invecchia come un bue:
la sua carne cresce,
ma non la sua saggezza.
153 Innumerevoli vite ho attraversato
cercando invano il costruttore
di questo edificio di ossa e di carne.
Doloroso è continuare a rinascere.
154 Ma ora ti ho trovato, costruttore,
e non ricostruirai mai più questa mia dimora.
La trave di colmo è spezzata,
le travi sono rotte.
Ogni desiderio è estinto
e la mente riposa nel nirvana.
155 Coloro che hanno dissipato
gli anni della loro giovinezza
da vecchi intristiscono
come vecchie gru in un lago senza pesci.
156 Giacciono inutili come archi spezzati,
rimpiangendo il passato.
XII Te stesso
157 Se ti ami, osservati.
Veglia durante una parte della notte.
158 Prima di mostrare il cammino ad altri
consolidalo in te,
se vuoi evitare la sofferenza.
159 Pratica ciò che predichi.
Prima di cercare di correggere gli altri
fa una cosa più difficile:
correggi te stesso.
160 Tu sei il tuo solo maestro.
Chi altro può guidarti?
Diventa padrone di te stesso
e scopri il tuo maestro interno.
161 L’inconsapevole è spezzato dal male
che lui stesso fa,
come una pietra è spezzata da un diamante.
25
162 E’ soffocato dal male che lui stesso fa
come un albero è soffocato da un rampicante.
Da sé si riduce in uno stato
che solo il suo peggior nemico
potrebbe augurargli.
163 E’ difficile
fare ciò che ci è veramente d'aiuto.
E’ facile fare del male,
fare ciò che ci nuoce.
164 L’inconsapevole si fa beffe della saggezza,
deride coloro che seguono
la via della consapevolezza
e si perde in false dottrine.
Il frutto delle sue azioni
è la sua rovina,
come avviene per la canna di khattaka,
che muore dopo aver fruttificato.
165 Facendo del male,
tu stesso ti corrompi.
Ma facendo del bene,
tu stesso ti purifichi.
Tu sei la fonte
di ogni purezza e di ogni impurità.
Nessuno può purificare un'altra persona.
166 Non trascurare il tuo compito
per intraprenderne un altro,
per quanto grande possa essere.
Scopri il tuo compito
e dedicati a esso con tutto il cuore.
XIII Il mondo
167 Non perderti nell'inconsapevolezza,
nelle false dottrine,
nelle abitudini del mondo.
168 Svegliati, sii consapevole.
Segui gioiosamente la via della virtù
in questa vita e oltre.
169 Non seguire la via dell'errore.
Segui gioiosamente la via della virtù
26
in questa vita e oltre.
170 Questo mondo è una bolla di schiuma,
un miraggio.
Coglilo nella sua realtà
e renditi invisibile alla morte.
171 Questo mondo è un carro regale
dipinto a vivaci colori.
L’inconsapevole vi si perde.
Ma il saggio resta distaccato.
172 Quando una persona
si risveglia alla consapevolezza,
essa illumina il mondo
come la luna che emerge da dietro le nubi.
173 Quando una persona
lascia l'errore per la virtù,
essa illumina il mondo
come la luna che emerge da dietro le nubi.
174 Il mondo è cieco,
ben pochi hanno occhi per vedere.
Ben pochi sono gli uccelli
che sfuggono alla rete e spiccano il volo.
175 Come i cigni si innalzano
e volano verso il sole,
sorretti da una forza invisibile,
così i saggi spiccano il volo da questo mondo,
lasciandosi alle spalle il desiderio e l'illusione.
176 Se credi che questo sia l'unico mondo,
se ti fai beffe della verità
e violi la legge eterna,
non c'è errore che tu non possa commettere.
177 Un avaro non entrerà mai
nel regno dei cieli.
La generosità non è importante
per l'inconsapevole.
Ma il saggio trova la sua gioia nel condividere.
178 Meglio del possesso del mondo intero,
meglio del paradiso,
27
meglio del dominio su tutti i mondi
è compiere il primo passo
sulla via del risveglio.
XIV Il risvegliato
179 L’invincibile, colui che si è risvegliato,
infinita consapevolezza
che non lascia tracce,
da quali parole può essere descritto?
180 La rete velenosa del desiderio
non ha più potere su di lui.
181 Si è ridestato.
É libero, consapevole,
immerso nella luce
e nella pace gioiosa della meditazione.
Anche gli dei lo invidiano.
182 Difficile è ottenere di nascere
come essere umano,
più difficile vivere umanamente,
ancora più difficile incontrare il dharma
ed estremamente difficile risvegliarsi.
183 L’insegnamento
di coloro che si sono risvegliati è:
evita il male,
fa il bene,
purifica la tua mente.
184 Alla fine del cammino, la liberazione.
Durante il cammino, coltiva la pazienza
che sa attraversare ogni sofferenza.
Non opprimere e non causare dolore ad alcuno.
185 Non ferire alcuno
con parole o con atti.
Vivi semplicemente,
mangia con moderazione,
coltiva la solitudine,
purifica la tua mente.
Questo è l'insegnamento dei Buddha.
186 Il desiderio di piacere non è saziato
neppure da una pioggia d'oro.
Il saggio sa che per ogni goccia di piacere
28
esso porta con sé un bagno di dolore.
187 Il desiderio di piacere non è saziato
neppure da tutte le gioie celesti.
Perciò il discepolo del Buddha
trova la sua gioia
solo nel bruciare ogni desiderio.
188 Spinti dalla paura, gli uomini cercano rifugio
negli eremi montani e nelle foreste,
presso sacri alberi e templi.
189 Ma nessuno di questi luoghi
è un rifugio sicuro.
Nessuno di essi
ti mette al riparo dalla sofferenza.
190 Prendi rifugio nel Buddha,
nella legge eterna,
nella comunità dei ricercatori.
Comprendi le quattro nobili verità:
191 la sofferenza,
l'origine della sofferenza,
la cessazione della sofferenza
e il nobile ottuplice cammino
che porta alla cessazione della sofferenza.
192 Questo è un rifugio sicuro.
Questo è un rifugio
che ti mette al riparo dalla sofferenza.
193 Rari sono coloro che si risvegliano.
Fortunata è la casa
dove nasce un Buddha.
194 Benedetta è la nascita del Buddha,
benedetto il suo insegnamento,
benedetta la comunità dei ricercatori,
benedetta la loro concordia e determinazione.
195 E benedetto è chi onora
il Buddha e i suoi discepoli,
chi onora colui che ha trasceso tutti i mali
e attraversato il fiume della sofferenza.
196 Incalcolabile è il merito di chi onora
colui che ha trasceso la paura
29
e raggiunto la liberazione.
XV La gioia
197 Vivi nella gioia, vivi nell'amore,
libero dall'odio
anche fra coloro che odiano.
198 Vivi nella gioia, vivi nella salute,
libero dalla malattia
anche fra coloro che sono malati.
199 Vivi nella gioia, vivi nella serenità,
libero dall'ansia
anche fra coloro che sono ansiosi.
200 Vivi nella gioia,
vivi senza possedere nulla,
nutrendoti di gioia
come gli dei risplendenti.
201 La vittoria si lascia dietro
una scia di odio,
perché il vinto soffre.
Abbandona ogni pensiero di vittoria e sconfitta
e vivi nella pace e nella gioia.
202 Non c'è fuoco come la passione,
non c'è malattia come l'odio,
non c'è dolore come l'esistere nella separazione,
non c'è gioia come la pace.
203 L’avidità è il massimo dei mali,
il desiderio è la massima sofferenza.
L’estinzione di ogni desiderio
è la gioia più alta.
204 La salute è il massimo bene,
la semplicità è la più grande ricchezza,
la fiducia è la miglior compagna,
il nirvana è la gioia più alta.
205 Assapora la dolcezza della meditazione
nella solitudine e nella pace.
Bevi il nettare del dharma
e liberati da ogni paura e attaccamento.
206 Gioioso è guardare il volto del Buddha,
30
gioioso è vivere in compagnia dei saggi.
Beato chi fugge la compagnia degli inconsapevoli.
207 Lungo e doloroso è viaggiare
in compagnia degli inconsapevoli,
come viaggiare con un nemico.
Gioioso è trovare nei saggi
la propria famiglia.
208 Perciò segui il cammino dei saggi,
dei risvegliati,
dei pazienti,
dei risplendenti,
di coloro che vivono nell'amore e nella virtù,
come la luna segue il cammino delle stelle.
XVI Il piacere
209 Non lasciare che la ricerca del piacere
ti distragga dalla meditazione
e dal tuo stesso bene.
210 Va al di là del piacere e del dispiacere.
Sia cercando il piacere
sia fuggendo il dispiacere
alimenti la sofferenza.
211 Non attaccarti a nulla.
La perdita di ciò a cui sei attaccato
è sofferenza.
Chi non nutre attaccamento né avversione
è libero.
212 Ogni desiderio
è fonte di dolore e di paura.
Liberati dal desiderio
e non conoscerai dolore né paura.
213 Ogni piacere
è fonte di dolore e di paura.
Liberati dal piacere
e non conoscerai dolore né paura.
214 Ogni avidità
è fonte di dolore e di paura.
Liberati dall'avidità
31
e non conoscerai dolore né paura.
215 Ogni passione
è fonte di dolore e di paura.
Liberati dalle passioni
e non conoscerai dolore né paura.
216 Ogni attaccamento
è fonte di dolore e di paura.
Liberati dall'attaccamento
e non conoscerai dolore né paura.
217 Tutti amano chi è virtuoso e saggio,
saldo nel cammino,
sincero e devoto ai suoi compiti.
218 Colui la cui sola nostalgia è l'ineffabile,
la cui coscienza è desta
e il cui cuore è libero da ogni desiderio
viene detto uddhamsoto,
“uno che ha risalito la corrente”.
219 Con gioia amici e parenti accolgono
chi ritorna dopo lungo tempo
da terre lontane.
220 Con la stessa gioia
le tue buone azioni ti accolgono
all'ingresso nella tua prossima vita.
XVII L’ira
221 Abbandona l'ira, abbandona l'orgoglio,
liberati da ogni attaccamento.
Chi non si appropria di nulla,
chi non è legato ai nomi e alle forme
va al di là della sofferenza.
222 Controlla la rabbia
come un buon auriga
governa il suo carro impazzito.
223 Vinci l'ira con la delicatezza,
la cattiveria con la bontà,
l'avarizia con la generosità,
la menzogna con la verità.
32
224 Sii sincero,
non lasciarti trascinare dall'ira,
condividi ciò che hai, anche se. è poco.
Queste tre chiavi aprono la porta del cielo.
225 Sii padrone del tuo corpo,
non ferire alcun essere
e raggiungerai l'eterna dimora
al di là della sofferenza.
226 Sii costantemente consapevole,
osservati notte e giorno,
cerca soltanto la liberazione
e ogni impurità si dissolverà.
227 C'è un vecchio detto:
“La gente ti biasima se taci,
ti biasima se parli troppo
e ti biasima se parli troppo poco”.
Nessuno sfugge al biasimo.
228 Il mondo trova sempre modo
di mescolare il biasimo alla lode.
Così è sempre stato e sempre sarà.
229 Ma chi oserà biasimare
l'uomo saggio e virtuoso,
meditativo e immacolato?
230 Egli splende come oro puro.
Perfino gli dei lo lodano.
231 Osserva il manifestarsi ~dell'ira
nel tuo corpo.
Sii padrone del tuo corpo,
abitalo con purezza.
232 Osserva il manifestarsi dell'ira
nelle tue parole.
Sii padrone delle tue parole,
abitale con purezza.
233 Osserva il manifestarsi dell'ira
nei tuoi pensieri.
Sii padrone dei tuoi pensieri,
abitali con purezza.
234 Padrone del proprio corpo,
33
delle proprie parole,
dei propri pensieri,
il saggio è padrone di sé.
XVIII L’impurità
235 Sei ora come una foglia secca,
i messaggeri della morte ti sono vicini.
Stai per partire per un lungo viaggio
e non hai fatto alcun preparativo.
236 Fa di te stesso un'isola,
affrettati, sii saggio.
Dissolvi ogni impurità
e raggiungi il cielo degli eletti.
237 La tua vita è prossima alla fine,
sei giunto in presenza della morte.
Non ci sono soste in questo viaggio
e non hai fatto alcun preparativo.
238 Fa di te stesso un'isola,
affrettati, sii saggio.
Dissolvi ogni impurità
e va al di là della nascita e della morte.
239 A poco a poco,
come il gioielliere
separa le impurità dall'argento,
così il saggio
si libera di ogni impurità.
240 Sei consumato dal male che fai
come il ferro é corroso
dalla propria ruggine.
241 Una pecca è l'oblio dei sacri testi,
una pecca l'abbandono della casa,
una pecca la pigrizia del corpo,
una pecca il sonno della sentinella.
242 Una pecca nella donna è la condotta lasciva,
una pecca in chi dona è l'avarizia,
una pecca in questa e nella prossima vita
è il male fatto.
243 Ma la pecca più grande
è l'ignoranza.
34
0 bhikshu! Liberati di quella macchia
e sarai libero da ogni macchia.
244 La vita è facile
per chi è senza vergogna,
impudente come un corvo,
arrogante, corrotto ed egoista.
245 Più difficile è vivere
nella modestia, nella purezza,
disinteressatamente e saggiamente.
246 Chi uccide, mente, ruba,
chi commette adulterio,
247 chi si ubriaca,
scava la propria fossa
in questa stessa vita.
248 Non lasciare che l'avidità
e una vita vissuta male
ti precipitino a lungo nella sofferenza.
249 Chi invidia ciò che è dato a un altro
perde la propria pace giorno e notte.
250 Sradica in te lo spirito dell'invidia
e vivi in pace giorno e notte.
251 Nessun fuoco brucia come la passione,
nessun cappio strangola come l'odio,
nessuna rete è più tenace dell'illusione,
nessun torrente più impetuoso del desiderio.
252 É facile vedere i difetti altrui,
più difficile vedere i tuoi.
Vagli i difetti degli altri come la pula,
i tuoi li nascondi
come un baro nasconde un lancio perdente.
253 Ergendoti a censore dei difetti altrui
moltiplichi i tuoi.
In questo modo sei ben lontano
dal liberarti delle tue impurità.
254 Non c'è alcuna via nel cielo,
la via è dentro di te.
Gli uomini cercano la felicità
35
nei propri attaccamenti.
Il Tathagata,
“colui che cammina nel semplice essere-così”,
è libero da ogni attaccamento.
255 Non c'è alcuna via nel cielo,
la via è dentro di te.
Non c'è nulla di eterno
nel mondo fenomenico,
ma immutabile è la coscienza del Buddha.
XIX Il seguace del dharma
256 Se cerchi di realizzare i tuoi fini con la forza
non sei sulla via del dharma.
Il saggio esamina attentamente
ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.
257 Nel guidare gli altri
non si serve della forza,
è giusto e imparziale.
Egli viene detto
“guardiano della legge”.
258 Un uomo non è un saggio perché sa parlare.
Saggio è chi è paziente,
libero dall'odio e dalla paura.
259 Non è un “custode della legge” perché sa parlare.
L’uomo che, pur conoscendo poco le scritture,
vive il dharma nel proprio corpo
e non se ne discosta,
questi è un vero “custode della legge”.
26o Non bastano i capelli bianchi
a fare del vecchio un saggio.
Molti invecchiano invano.
261 Il vero anziano è colui
in cui abitano verità, giustizia,
non-violenza e autocontrollo,
saggezza e purezza.
262 Né le belle parole né il bell'aspetto
possono rendere bella
una persona invidiosa, avida e falsa.
36
263 Sradica in te queste erbacce,
coltiva la saggezza e la purezza
e la tua bellezza risplenderà da sé.
264 Non basta il capo rasato a fare un asceta
di chi è bugiardo e indisciplinato.
Come può essere un asceta
chi è schiavo dei propri desideri e attaccamenti?
265 Asceta è chi è pronto
a sradicare in sé ogni impurità
e ad acquietare la mente.
266 Non basta vivere di elemosina
per essere un bhikshu, un monaco mendicante.
Bhikshu è chi vive il dharma nella sua totalità.
267 Bhikshu è chi vive
nella purezza e nella consapevolezza,
al di là del merito e dei demerito.
268 Non basta il silenzio a fare un saggio
di chi è inconsapevole e ignorante.
269 Saggio è colui che tiene in mano
la bilancia del bene e del male,
che soppesa e sceglie.
270 Nobile è colui che non fa del male
ad alcuna creatura vivente.
271 Non è grazie ai voti
e ai precetti morali,
né alla sapienza,
né alla pratica della meditazione,
né alla castità e alla solitudine,
272 Che puoi ottenere
la beatitudine della liberazione,
irraggiungibile da chi è prigioniero del mondo.
0 bhikshu! Non fermarti
finché non avrai sradicato in te ogni impurità.
XX Il cammino
273 Il cammino più alto
è il cammino ottuplice.
37
La verità più alta
è espressa dalle quattro nobili verità.
Lo stato di coscienza più alto
è il non-attaccamento.
La condizione umana più alta
è quella di chi è capace di vedere.
274 Questo è il cammino
che purifica la visione.
Seguilo,
se vuoi trascendere la morte.
275 Seguendo questo cammino
metterai fine alla sofferenza.
Questo è il cammino che insegno
da quando ho estratto da me
la freccia della sofferenza.
276 Ma lo sforzo è tuo.
I Tathagata possono solo indicare la via.
Percorrila, medita
e liberati dalla schiavitù
del desiderio e della morte.
277 “Ogni cosa esistente è impermanente”
Comprendendo ciò,
vai al di là della sofferenza.
Questo è il cammino della purezza.
278 “L’esistenza è sofferenza”.
Comprendendo ciò,
vai al di là della sofferenza.
Questo è il cammino della purezza.
279 “Nessun essere è dotato di un sé”.
Comprendendo ciò,
vai al di là della sofferenza.
Questo è il cammino della purezza.
280 Se, benché giovane e forte,
non ti alzi quando è il momento di alzarti,
se sei pigro e inerte,
se sei irresoluto e pieno di pensieri futili,
non troverai il cammino della saggezza.
281 Sii padrone delle tue parole,
sii padrone dei tuoi pensieri,
non nuocere ad alcuno con il tuo corpo.
38
Quando queste tre vie sono aperte
raggiungi il cammino insegnato dai saggi.
282 Meditando coltivi la saggezza,
trascurando la meditazione
la lasci deperire.
Vedendo chiaramente questi due cammini,
volgi i tuoi passi verso la saggezza crescente.
283 Taglia l'intera foresta del desiderio,
non il singolo albero:
il pericolo si annida nella foresta.
Tagliati gli alberi e il sottobosco, o bhikshu,
sei sulla via della liberazione.
284 Finché c'è in te
una traccia di desiderio sessuale,
la tua mente resta attaccata alla vita
come un vitellino lattante alla madre.
285 Taglia ogni autocompiacimento
come coglieresti un fiore di loto autunnale
e percorri la via della pace
insegnata dai Beati.
286 “Qui avrò la mia dimora estiva,
qui quella invernale,
qui quella per la stagione delle piogge.”
Cosi l'inconsapevole fa progetti,
senza soffermarsi un attimo
sull'imprevedibilità della morte.
287 Ma, come un'alluvione trascina via
un villaggio addormentato,
la morte lo rapisce,
intossicato dall'attaccamento
ai suoi figli e ai suoi beni.
288 Né figli, né genitori, né parenti,
possono proteggerti
quando vieni afferrato dalla morte.
289 Comprendendo ciò,
affrettati a sgomberare la via
che conduce alla liberazione.
XXI Versi vari
39
290 Se abbandonando un piacere minore
ti apri a un piacere immensamente più grande,
lascia il primo per andare verso il secondo.
291 Non costruire la tua felicità
sulla sofferenza di un'altra persona
o resterai invischiato nella rete dell'odio.
292 Tralasciando di fare ciò che devi,
facendo ciò che non devi,
agendo sconsideratamente e con arroganza,
ti immergi sempre più nell'oscurità.
293 Ma, se sei sveglio,
costantemente consapevole del tuo corpo,
se fai energicamente ciò che devi fare,
se ti astieni da ciò che non devi fare,
ogni impurità si dissolve.
294 Il risvegliato è senza macchia,
anche se dovesse in passato aver ucciso
suo padre e sua madre,
due re guerrieri
e un regno con tutti i suoi sudditi.
295 Il risvegliato è senza macchia,
anche se dovesse in passato avere ucciso
suo padre e sua madre,
due re santi
e un uomo illustre.
296 I discepoli di Gautama
sono costantemente svegli e consapevoli.
Giorno e notte la loro attenzione
è concentrata sul Buddha.
297 I discepoli di Gautama
sono costantemente svegli e consapevoli.
Giorno e notte la loro attenzione
è concentrata sul dharma.
298 I discepoli di Gautama
sono costantemente svegli e consapevoli.
Giorno e notte la loro attenzione
è concentrata sulla comunità dei ricercatori.
299 I discepoli di Gautama
40
sono costantemente svegli e consapevoli.
Giorno e notte meditano sul corpo.
300 I discepoli di Gautama
sono costantemente svegli e consapevoli.
Giorno e notte trovano la loro gioia
nella compassione.
301 I discepoli di Gautama
sono costantemente svegli e consapevoli.
Giorno e notte trovano la loro gioia
nella meditazione.
302 É difficile la vita dell'asceta
ed è difficile vivere nel mondo.
Doloroso è vivere in mezzo agli inconsapevoli,
e vagare nel vortice della vita e della morte.
Possa il viaggiatore trovare riposo
e non gettarsi più nella sofferenza.
303 Chi ha fede, virtù, ricchezza e fama
è onorato dovunque vada.
304 I virtuosi risplendono da lontano
come i picchi dell'Himalaya.
Gli uomini senza virtù sono invisibili
come frecce scoccate di notte.
305 Siedi in solitudine.
Riposa in solitudine.
Abita in solitudine.
In solitudine diventa padrone di te stesso
e gioisci dell'estinzione dei desideri.
XXII La caduta
306 Colui che afferma il falso,
e colui che nega ciò che ha fatto
entrambi, dopo la morte,
precipitano nello stesso stato
nell'altro mondo.
307 Molti indossano l'abito giallo,
ma si comportano in maniera
irresponsabile ed egoistica.
Costoro rinascono all'inferno.
308 E meglio per un tale bhikshu
41
ingoiare una palla di ferro rovente
che vivere della carità dei fedeli.
309 Chi commette adulterio
perde meriti, sonno, onore
e infine precipita nell'oscurità.
310 Perdita di meriti,
il rischio di una pesante condanna,
la discesa nel buio:
ben misero è il piacere di un uomo spaventato
fra le braccia di una donna spaventata.
311 Ma, come anche un filo d'erba maneggiato
male può tagliarti, così anche l'ascetismo vissuto male
può precipitarti nell'oscurità.
312 Se agisci sbadatamente,
se osservi i voti meccanicamente,
se rispetti la regola di castità per paura,
la tua disciplina non dà buoni frutti.
313 Se una cosa va fatta,
falla con tutta la tua energia.
il monaco svogliato
si copre soltanto di polvere.
314 Non fare il male,
che è seguito dalla sofferenza.
Fa il bene,
che non è seguito dalla sofferenza.
315 Veglia su te stesso
come su una città fortificata
ai confini del regno.
Non lasciare che un solo momento
trascorra nell'inconsapevolezza.
Coloro che si lasciano sfuggire
il momento presente
precipitano nell'oscurità.
316 Coloro che, sviati da false dottrine,
si vergognano di ciò di cui non dovrebbero
e non si vergognano di ciò di cui dovrebbero
precipitano nell'oscurità.
317 Coloro che, sviati da false dottrine,
temono ciò che non dovrebbero temere
42
e non temono ciò che dovrebbero temere
precipitano nell'oscurità.
318 Coloro che, sviati da false dottrine,
vedono il male in ciò che non è male
e non vedono il male in ciò che è male
precipitano nell'oscurità.
319 Ma chi, vedendo la verità,
sa discernere il bene e il male
percorre il cammino ascendente.
XIII L’elefante
320 Sopporterò gli insulti del mondo
come l'elefante sopporta le frecce in battaglia,
perché il mondo è spesso malevolo.
321 Domato, l'elefante va in battaglia.
Domato, l'elefante è cavalcato dal re.
Colui che ha domato se stesso
è il migliore degli uomini
e sopporta con pazienza gli insulti del mondo.
322 Eccellenti sono i muli ben addestrati
e i nobili cavalli di Sindhu e i grandi elefanti di Kunjara.
Ma ancora più eccellente
è colui che ha domato se stesso.
323 Poiché la terra mai calpestata
non si raggiunge sul dorso di questi animali,
ma cavalcando il proprio sé domato.
324 Il grande elefante Dhanapala
diventa incontrollabile quando è in calore.
Legato, rifiuta il cibo
e brama solo il ritorno alla foresta.
325 Se sei pigro e goloso,
se ti crogioli nel sonno
come un porco ben sazio,
continuerai a ripercorrere
il cammino dell'utero
sempre di nuovo.
326 Questa mia mente,
che un tempo vagava a suo piacimento
da un oggetto all'altro,
43
in balia di ogni capriccio e desiderio,
la dominerò ora
come il mahout guida l'elefante in calore
con la sua asta uncinata.
327 Sii consapevole, osserva i tuoi pensieri.
Sollevati dalla palude
come un elefante sprofondato nel fango.
328 Se incontri un compagno saggio e virtuoso,
condividi con lui il cammino
nella gioia e nella consapevolezza,
superando ogni ostacolo.
329 Ma, se non trovi un tale compagno,
piuttosto cammina solo,
come un re che ha rinunciato al proprio regno
o come un elefante nella foresta.
330 E meglio vivere soli
che in compagnia degli inconsapevoli.
Cammina solo, puro e senza desideri,
come un elefante nella foresta.
331 Felicità è avere amici quando se ne ha bisogno,
felicità è condividere la gioia,
felicità è avere ben vissuto al momento di morire,
felicità è trascendere la sofferenza.
332 Felice è la maternità in questo mondo,
felice è la paternità in questo mondo,
felice è la vita dell'asceta in questo mondo,
felice è la vita del bramino in questo mondo.
333 Felicità è vivere virtuosamente fino a tarda età,
felicità è una fede salda,
felicità è la conquista della saggezza,
felicità è evitare il male.
XXIV La bramosia
334 Nell'inconsapevole
la bramosia cresce come un rampicante.
Egli salta di vita in vita,
come una scimmia alla ricerca di frutti
nella foresta
salta di albero in albero.
44
335 Se sei sopraffatto dal veleno
di questo ardente desiderio
la tua sofferenza cresce
rigogliosa come la gramigna.
336 Ma se sottometti la compulsione del desiderio,
difficile da dominare,
la sofferenza scivola via
come una goccia d'acqua su una foglia di loto.
337 Perciò vi esorto,
voi tutti che siete qui raccolti:
sradicate il desiderio
come si sradica la gramigna
per trovare la radice di usira,
affinché la morte non vi trascini via
sempre di nuovo,
come un fiume in piena
si porta via le fragili canne
che crescono sulla riva.
338 Perché, come un albero tagliato
ricresce sempre di nuovo
se la sua radice è intatta,
così la sofferenza
si riproduce sempre di nuovo
se la radice del desiderio
non è stata estirpata.
339 Quando i trentasei torrenti
che scorrono verso i piaceri dei sensi
si precipitano tumultuosi
e i pensieri sono carichi di passione,
la corrente ti trascina via.
340 I torrenti del desiderio
scorrono in ogni direzione,
il rampicante della bramosia
ricresce continuamente.
Appena lo vedi spuntare,
sradicalo per mezzo della saggezza.
341 Tutti gli esseri cercano i piaceri dei sensi
e vi si attaccano.
Abbracciando quei piaceri e inseguendoli,
essi continuano a ripercorrere
il ciclo della nascita e della morte.
45
342 Spinti dalla bramosia,
gli uomini corrono in cerchi
come lepri inseguite
e la loro sofferenza
si riproduce sempre di nuovo.
343 Spinti dalla bramosia,
gli uomini corrono in cerchi
come lepri inseguite.
Perciò, o bhikshu,
se vuoi liberarti delle passioni
trascendi il desiderio.
344 Alcuni escono dalla foresta
dei desideri mondani
solo per addentrarsi nella foresta
dei desideri spirituali.
Guardali! Sono liberi
e corrono di nuovo verso la schiavitù.
345 Il legame più forte
non è una catena di ferro,
né una morsa di legno, né una fune,
ma l'attaccamento a un gioiello,
ai figli, a una donna.
346 Il legame più tenace è quello che,
pur essendo morbido,
non si scioglie e ti trascina giù.
Chi taglia anche questo legame
diventa indifferente ai piaceri dei sensi
e si ritira dal mondo.
347 Se sei schiavo delle passioni
resti prigioniero della corrente del desiderio
come un ragno della tela
che lui stesso ha tessuto.
Il saggio arresta la corrente del desiderio,
e, libero da ogni ansia,
va al di là della sofferenza.
348 Abbandona passato, presente e futuro.
Attraversa il fiume dell'esistenza
e raggiungi l'altra sponda.
La mente completamente libera,
non ricadrai più
nel ciclo della vita e della morte.
349 Se i tuoi pensieri sono carichi di passione,
46
se la tua mente è agitata
dalla ricerca del piacere,
i tuoi legami si rafforzano sempre più.
350 Medita. Rendi silenziosa la tua mente.
Contempla la sofferenza
dell'esistenza fenomenica
e taglia i lacci della morte.
351 Colui che ha raggiunto la meta
è libero da ogni ansia,
da ogni passione e desiderio.
Ha spezzato le frecce della sofferenza
e questo è il suo ultimo corpo.
352 Colui che è libero
dalla bramosia e dall'attaccamento,
comprende il significato delle parole
e sa servirsene,
viene detto “grande saggio”, “grande uomo”.
Questo è il suo ultimo corpo.
353 “Ho vinto, so, sono senza macchia.
Ho rinunciato a tutto
e, distruggendo il desiderio,
mi sono liberato.
Da solo ho trovato la via.
Chi posso chiamare mio maestro?”
354 Il dono del dharma è il dono più grande,
il sapore del dharma è il sapore più dolce,
la gioia del dharma è la gioia più grande.
L’estinzione del desiderio
è la fine di ogni sofferenza.
355 La sete di ricchezza
schiaccia l'inconsapevole,
non chi è proteso verso l'altra sponda.
Cercando la ricchezza l'inconsapevole
distrugge se stesso e gli altri.
356 Come le erbacce soffocano i campi,
le passioni soffocano la natura umana.
Perciò onora chi è libero dalle passioni.
357 Come le erbacce soffocano i campi,
l'odio soffoca la natura umana.
Perciò onora chi è libero dall'odio.
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358 Come le erbacce soffocano i campi,
l'illusione soffoca la natura umana.
Perciò onora chi è libero dall'illusione.
359 Come le erbacce soffocano i campi,
il desiderio soffoca la natura umana.
Perciò onora chi è libero dal desiderio.
XXV Il bhikshu
360 Sii padrone dei tuoi occhi,
delle tue orecchie,
del tuo naso,
della tua lingua.
361 Sii padrone del tuo corpo,
delle tue parole,
dei tuoi pensieri;
sii padrone di te stesso in ogni situazione
e sarai libero dalla sofferenza.
362 Chi è padrone delle proprie mani,
dei propri piedi
e della propria lingua,
chi è perfettamente padrone di sé
e gioisce della meditazione e della solitudine,
questi è un vero bhikshu.
363 Dolce è ascoltare quel bhikshu
che è padrone della propria lingua,
che parla con saggezza e senza arroganza
e illumina lo spirito del dharma.
364 Se il dharma è la tua gioia,
la tua meditazione, la tua devozione,
non smarrirai mai il cammino del dharma.
365 Accetta di buon grado ciò che ti è dato
e non invidiare ciò che è dato ad altri.
Non lasciare che l'invidia
turbi la tua meditazione.
366 Anche gli dei lodano quel bhikshu
che accetta di buon grado ciò che gli è dato,
per quanto poco sia,
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e vive con purezza e totalità.
367 É un vero bhikshu colui
che non si identifica con alcun nome o forma,
che non si appropria di nulla
e non si rattrista per ciò che non c'è.
368 Vivi nell'amore e nella serenità,
segui fiducioso il cammino del Buddha
e raggiungi il luogo di pace
dove l'esistenza è a riposo.
369 Svuota la tua barca, o bhikshu,
rendila più leggera.
Abbandona le passioni e l'odio
e naviga verso la libertà.
370 Elimina i cinque ostacoli,
liberati dei cinque attaccamenti,
sviluppa le cinque virtù.
Chi si è liberato dei cinque legami
è detto oghatinnoti,
“uno che ha attraversato la corrente”.
371 Medita, o bhikshu,
non essere negligente.
Non smarrirti nella ricerca del piacere,
non ingoiare la palla di ferro rovente
per poi gridare di dolore.
372 Non c'è meditazione
senza profonda percezione,
non c'è profonda percezione
senza meditazione.
Quando entrambe sono presenti,
sei prossimo al nirvana.
373 Sovrumana è la beatitudine di quel bhikshu
che penetra nella casa vuota
con la pace nel cuore
e coglie l'essenza del dharma.
374 Contemplando il sorgere e lo svanire
degli elementi dell'esistenza fenomenica,
gioisci realizzando l'eterno.
375 Questi sono i primi passi del cammino:
padronanza dei sensi,
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semplicità,
pratica degli insegnamenti,
coltivare amicizie pure, virtuose, attive.
376 Vivi l'amicizia
e svolgi i tuoi compiti.
La tua felicità diverrà sempre più profonda
e metterà fine alla sofferenza.
377 Lascia cadere le passioni e l'odio
come il gelsomino lascia cadere
i suoi fiori appassiti.
378 Indifferente agli allettamenti del mondo,
metti pace nel tuo corpo,
metti pace nelle tue parole,
metti pace nei tuoi pensieri.
379 Risvegliati da te,
sii l'osservatore di te stesso.
Consapevole e autonomo,
vivi felice.
380 Tu sei il tuo maestro.
Tu sei il tuo rifugio.
Guida te stesso
come un mercante controlla un cavallo focoso.
381 Vivi nella gioia,
segui fiducioso il cammino del Buddha
e raggiungi il luogo di pace
dove l'esistenza è a riposo.
382 Il giovane bhikshu
che intraprende il cammino del dharma
illumina il mondo
come la luna che emerge da dietro le nubi.
XXVI Il bramino
383 O bramino, con tutta la tua energia
argina la corrente del desiderio,
allontana da te i piaceri dei sensi.
Riconoscendo la fine
di ogni cosa che ha un'origine,
realizza l'increato.
384 Raggiungi l'altra sponda
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attraverso la meditazione
e la percezione profonda,
dissolvi ogni vincolo
grazie alla conoscenza della verità.
385 Va al di là di questa
e dell'altra sponda,
va al di là d'ella paura e di ogni vincolo.
386 Colui che medita,
è libero dalle passioni,
è centrato, assolve i suoi compiti,
è senza macchia
e ha raggiunto il bene più alto,
questi è un bramino.
387 Il sole splende di giorno,
la luna splende di notte,
il guerriero splende nella sua armatura,
il bramino splende in meditazione.
Ma il Buddha splende radioso
giorno e notte.
388 Bramino è chi ha lasciato cadere ogni male,
asceta è chi vive in serenità,
eremita è chi ha eliminato ogni impurità.
389 Nessuno aggredisca un bramino,
ma questi, se è aggredito, non si adiri.
Guai a colui che aggredisce un bramino,
ma ancor più al bramino
che riversa la sua ira sull'aggressore.
390 Non lasciare che la tua mente
si attacchi al piacere.
Liberando la tua mente
da ogni desiderio di ferire,
avvicini per te la fine della sofferenza.
391 Non ferire con le tue azioni,
con le tue parole
e con i tuoi pensieri.
Sii padrone di te sotto questi tre aspetti.
392 Come un bramino onora il fuoco del sacrificio,
così onora colui dalle cui labbra
puoi apprendere il dharma
del perfetto illuminato.
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393 Né la capigliatura arruffata,
né la casta, né la trasmissione ereditaria
fanno il bramino.
Bramino è colui che vive nella verità,
nella purezza e nel dharma.
394 Vani, o sciocco,
sono i capelli arruffati e la pelle di daino.
All'esterno ti atteggi alla purezza
e all'interno sei nell'oscurità.
395 Bramino è chi medita
in solitudine nella foresta,
vestito di stracci,
emaciato, con le vene in rilievo.
396 Non è la nascita o la ricchezza
a fare il bramino.
É un bramino chi non possiede nulla
e non si attacca a nulla.
397 Bramino è chi ha spezzato ogni catena,
non trema,
è andato al di là di ogni attaccamento,
è totalmente libero.
398 Bramino è l'illuminato
che ha tagliato ogni fune e correggia,
ha sciolto i lacci,
ha rovesciato il giogo,
ha spezzato le sbarre.
399 Benché innocente, sopporta senza rancore
offese e persecuzioni.
La forza del suo spirito
è il suo esercito.
400 L’ira non lo tocca.
Non devia mai dal suo cammino.
E puro, senza desideri
e padrone di sé.
Vive nel suo ultimo corpo.
401 Su di lui il piacere scivola via
come una goccia d'acqua su una foglia di loto
o come un seme di senape sulla punta di un ago.
402 E arrivato alla fine del viaggio,
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ha deposto il fardello della sofferenza,
è libero da ogni attaccamento.
403 La sua saggezza è profonda,
sa discernere il giusto cammino,
ha raggiunto la meta suprema.
404 Sia fra i monaci
sia fra coloro che vivono nel mondo
resta nella sua solitudine.
I suoi bisogni sono pochi.
405 Non esercita la violenza
su alcuna creatura,
mobile o immobile,
non uccide e non causa la morte
di alcun essere.
406 Si muove amorevolmente
in mezzo all'ostilità,
pacificamente
fra coloro che agitano il bastone,
distaccato fra gli avidi.
407 In lui l'odio, le passioni,
l'orgoglio, l'invidia
sono caduti
come un seme di senape
cade dalla punta di un ago.
408 Le sue parole sono veritiere, ma non dure,
sono chiare, ma non offendono.
409 Non si appropria
di ciò che non gli viene dato,
buono o cattivo che sia,
grande o piccolo.
410 Non desidera nulla per sé
né in questo, né nell'altro mondo.
É libero da ogni desiderio e attaccamento.
411 Libero dal desiderio,
libero dal dubbio,
ha raggiunto la profondità dell'eterno.
412 Al di là dell'attaccamento
al merito e al demerito,
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al di là delle passioni,
al di là della sofferenza,
al di là di ogni impurità.
413 In lui la sete dell'esistenza si è spenta.
E puro, sereno, imperturbabile,
splendente come la luna.
414 Ha percorso il fangoso cammino
delle rinascite e dell'illusione,
difficile da lasciare,
ed è andato oltre,
ha raggiunto l'altra sponda.
Libero da ogni dubbio e desiderio,
ha trovato la pace.
415 In lui la sete dell'esistenza si è spenta.
Ha lasciato i piaceri dei sensi,
ha lasciato la casa.
416 In lui la sete dell'esistenza si è spenta.
Ha abbandonato ogni attaccamento,
è divenuto un viandante.
417 Distaccato dalla cose umane,
distaccato dalle cose divine,
nulla più lo lega.
418 Ha lasciato il piacere e il dispiacere,
non c'è più in lui alcun seme
di un ritorno all'esistenza,
ha conquistato tutti i mondi.
419 Senza attaccamento contempla
il nascere e il morire di ogni cosa.
Si è risvegliato.
420 Il suo cammino è ignoto
agli uomini, agli spiriti e agli dei.
É senza macchia,
è illuminato.
421 Non possiede nulla
e non ha bisogno di nulla.
Per lui non c'è più passato, presente o futuro.
422 É il saggio, il vittorioso,
l'eroe senza macchia
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che ha trasceso la paura e il desiderio,
il risvegliato.
423 Ricorda le sue precedenti dimore,
conosce il cielo e l'inferno.
La sua saggezza è perfetta.
É giunto alla fine del viaggio.
Ha fatto tutto ciò che doveva fare.
É divenuto uno con la totalità dell'esistenza.