giovedì 31 marzo 2016

La nascita della preghiera a San Michele Arcangelo


La visione diabolica di Papa Leone XIII e la nascita della preghiera a San Michele Arcangelo

Molti di noi ricordano come, prima della riforma liturgica dovuta al concilio Vaticano II, il celebrante e i fedeli si mettevano in ginocchio alla fine di ogni messa, per recitare una preghiera alla Madonna ed una a S. Michele arcangelo. Riportiamo il testo di quest'ultima, perché è una preghiera bella, che può essere recitata da tutti con frutto:

«San Michele Arcangelo, difendici nella battaglia; contro le malvagità e le insidie del diavolo sii nostro aiuto. Ti preghiamo supplici: che il Signore lo comandi! E tu, principe delle milizie celesti, con la potenza che ti viene da Dio, ricaccia nell'inferno Satana e gli altri spinti maligni, che si aggirano per il mondo a perdizione delle anime».

Come è nata questa preghiera? Trascrivo quanto pubblicò la rivista Ephemerides Liturgicae, nel 1955, pagg. 58-59.

P. Domenico Pechenino scrive: «Non ricordo l'anno preciso. Un mattino il grande Pontefice Leone XIII aveva celebrato la S. Messa e stava assistendone un'altra, di ringraziamento, come al solito. Ad un tratto lo si vide drizzare energicamente il capo, poi fissare qualche cosa al di sopra del capo del celebrante. Guardava fisso, senza batter palpebra, ma con un senso di terrore. e di meraviglia, cambiando colore e lineamenti. Qualcosa di strano, di grande avveniva in lui.

Finalmente, come rivenendo in sé, dando un leggero ma energico tocco di mano, si alza. Lo si vede avviarsi verso il suo studio privato. I familiari lo seguono con premura e ansiosi. Gli dicono sommessamente: Santo Padre, non si sente bene? Ha bisogno di qualcosa? Risponde: Niente, niente. Dopo una mezz'ora fa chiamare il Segretario della Congregazione dei Riti e, porgendogli un foglio, gli ingiunge di farlo stampare e di farlo pervenire a tutti gli Ordinari del mondo. Che cosa conteneva? La preghiera che recitiamo al termine della Messa insieme al popolo, con la supplica a Maria e l'infocata invocazione al Principe delle milizie celesti, implorando Dio che ricacci Satana nell'inferno».

In quello scritto si ordinava anche di recitare tali preghiere in ginocchio. Quanto sopra, che era stato pubblicato anche nel giornale La settimana del clero, il 30 marzo 1947, non cita le fonti da cui è stata attinta la notizia. Risulta però il modo insolito con cui fu ordinato di recitare quella preghiera, che venne spedita agli Ordinari nel 1886. A conferma di quanto scrive P. Pechenino abbiamo l'autorevole testimonianza del card. Nasalli Rocca che, nella sua Lettera Pastorale per la quaresima, emanata a Bologna nel 1946, scrive:

« Leone XIII scrisse egli stesso quella preghiera. La frase (i demoni) che si aggirano nel mondo a perdizione delle anime ha una spiegazione storica, a noi più volte riferita dal suo segretario particolare, mons. Rinaldo Angeli. Leone XIII ebbe veramente la visione degli spiriti infernali che si addensavano sulla città eterna (Roma); e da quella esperienza venne la preghiera che volle far recitare in tutta la Chiesa. Tale preghiera egli la recitava con voce vibrata e potente: la udimmo tante volte nella basilica vaticana. Non solo, ma scrisse di sua mano uno speciale esorcismo contenuto nel Rituale Romano (edizione 1954, tit. XII, c. III, pag. 863 e segg.). Questi esorcismi egli raccomandava ai vescovi e ai sacerdoti di recitarli spesso nelle loro diocesi e parrocchie. Egli lo recitava spessissimo lungo il giorno».

È anche interessante tener conto di un altro fatto, che arricchisce ancor più il valore di quelle preghiere che si recitavano dopo ogni messa. Pio XI volle che, nel recitare queste preghiere, vi si ponesse una particolare intenzione per la Russia (allocuzione del 30 giugno 1930). In tale allocuzione, dopo aver ricordato le preghiere per la Russia a cui aveva sollecitato anche tutti i fedeli nella ricorrenza del patriarca S. Giuseppe (19 marzo 1930), e dopo aver ricordato la persecuzione religiosa in Russia, così conclude:

«E affinché tutti possano senza fatica ed incomodo continuare in questa santa crociata, stabiliamo che quelle preci che il nostro antecessore di felice memoria, Leone XIII, comandò che si recitassero dopo la messa dai sacerdoti e dai fedeli, siano dette a questa particolare intenzione, e cioè per la Russia. Di ciò i Vescovi e il clero secolare e regolare abbiano cura di rendere informati il loro popolo e quanti sono presenti al S. Sacrificio, né manchino di richiamare spesso quanto sopra alla loro memoria» (Civiltà Cattolica, 1930, vol. III).

Come si vede la tremenda presenza di Satana è stata tenuta presente con molta chiarezza dai Pontefici; e l'intenzione aggiunta da Pio XI toccava il centro delle false dottrine seminate nel nostro secolo e che tuttora avvelenano la vita non solo dei popoli, ma degli stessi teologi. Se poi le disposizioni di Pio XI non sono state osservate, è colpa di coloro a cui erano state affidate; certamente si integravano bene con gli avvenimenti carismatici che il Signore aveva dato all'umanità attraverso le apparizioni di Fatima, pur essendo indipendenti da esse: Fatima allora era ancora sconosciuta nel mondo.
Tratto da “Un Esorcista racconta”

La visione diabolica di Papa Leone XIII e la nascita della preghiera a San Michele Arcangelo

Molti di noi ricordano come, prima della riforma liturgica dovuta al concilio Vaticano II, il celebrante e i fedeli si mettevano in ginocchio alla fine di ogni messa, per recitare una preghiera alla Madonna ed una a S. Michele arcangelo. Riportiamo il testo di quest'ultima, perché è una preghiera bella, che può essere recitata da tutti con frutto:

«San Michele Arcangelo, difendici nella battaglia; contro le malvagità e le insidie del diavolo sii nostro aiuto. Ti preghiamo supplici: che il Signore lo comandi! E tu, principe delle milizie celesti, con la potenza che ti viene da Dio, ricaccia nell'inferno Satana e gli altri spinti maligni, che si aggirano per il mondo a perdizione delle anime».

Come è nata questa preghiera? Trascrivo quanto pubblicò la rivista Ephemerides Liturgicae, nel 1955, pagg. 58-59.

P. Domenico Pechenino scrive: «Non ricordo l'anno preciso. Un mattino il grande Pontefice Leone XIII aveva celebrato la S. Messa e stava assistendone un'altra, di ringraziamento, come al solito. Ad un tratto lo si vide drizzare energicamente il capo, poi fissare qualche cosa al di sopra del capo del celebrante. Guardava fisso, senza batter palpebra, ma con un senso di terrore. e di meraviglia, cambiando colore e lineamenti. Qualcosa di strano, di grande avveniva in lui.

Finalmente, come rivenendo in sé, dando un leggero ma energico tocco di mano, si alza. Lo si vede avviarsi verso il suo studio privato. I familiari lo seguono con premura e ansiosi. Gli dicono sommessamente: Santo Padre, non si sente bene? Ha bisogno di qualcosa? Risponde: Niente, niente. Dopo una mezz'ora fa chiamare il Segretario della Congregazione dei Riti e, porgendogli un foglio, gli ingiunge di farlo stampare e di farlo pervenire a tutti gli Ordinari del mondo. Che cosa conteneva? La preghiera che recitiamo al termine della Messa insieme al popolo, con la supplica a Maria e l'infocata invocazione al Principe delle milizie celesti, implorando Dio che ricacci Satana nell'inferno».

In quello scritto si ordinava anche di recitare tali preghiere in ginocchio. Quanto sopra, che era stato pubblicato anche nel giornale La settimana del clero, il 30 marzo 1947, non cita le fonti da cui è stata attinta la notizia. Risulta però il modo insolito con cui fu ordinato di recitare quella preghiera, che venne spedita agli Ordinari nel 1886. A conferma di quanto scrive P. Pechenino abbiamo l'autorevole testimonianza del card. Nasalli Rocca che, nella sua Lettera Pastorale per la quaresima, emanata a Bologna nel 1946, scrive:

« Leone XIII scrisse egli stesso quella preghiera. La frase (i demoni) che si aggirano nel mondo a perdizione delle anime ha una spiegazione storica, a noi più volte riferita dal suo segretario particolare, mons. Rinaldo Angeli. Leone XIII ebbe veramente la visione degli spiriti infernali che si addensavano sulla città eterna (Roma); e da quella esperienza venne la preghiera che volle far recitare in tutta la Chiesa. Tale preghiera egli la recitava con voce vibrata e potente: la udimmo tante volte nella basilica vaticana. Non solo, ma scrisse di sua mano uno speciale esorcismo contenuto nel Rituale Romano (edizione 1954, tit. XII, c. III, pag. 863 e segg.). Questi esorcismi egli raccomandava ai vescovi e ai sacerdoti di recitarli spesso nelle loro diocesi e parrocchie. Egli lo recitava spessissimo lungo il giorno».

È anche interessante tener conto di un altro fatto, che arricchisce ancor più il valore di quelle preghiere che si recitavano dopo ogni messa. Pio XI volle che, nel recitare queste preghiere, vi si ponesse una particolare intenzione per la Russia (allocuzione del 30 giugno 1930). In tale allocuzione, dopo aver ricordato le preghiere per la Russia a cui aveva sollecitato anche tutti i fedeli nella ricorrenza del patriarca S. Giuseppe (19 marzo 1930), e dopo aver ricordato la persecuzione religiosa in Russia, così conclude:

«E affinché tutti possano senza fatica ed incomodo continuare in questa santa crociata, stabiliamo che quelle preci che il nostro antecessore di felice memoria, Leone XIII, comandò che si recitassero dopo la messa dai sacerdoti e dai fedeli, siano dette a questa particolare intenzione, e cioè per la Russia. Di ciò i Vescovi e il clero secolare e regolare abbiano cura di rendere informati il loro popolo e quanti sono presenti al S. Sacrificio, né manchino di richiamare spesso quanto sopra alla loro memoria» (Civiltà Cattolica, 1930, vol. III).

Come si vede la tremenda presenza di Satana è stata tenuta presente con molta chiarezza dai Pontefici; e l'intenzione aggiunta da Pio XI toccava il centro delle false dottrine seminate nel nostro secolo e che tuttora avvelenano la vita non solo dei popoli, ma degli stessi teologi. Se poi le disposizioni di Pio XI non sono state osservate, è colpa di coloro a cui erano state affidate; certamente si integravano bene con gli avvenimenti carismatici che il Signore aveva dato all'umanità attraverso le apparizioni di Fatima, pur essendo indipendenti da esse: Fatima allora era ancora sconosciuta nel mondo.
Tratto da “Un Esorcista racconta”

di Padre Gabriele Amorth



La leggenda dell'Aquila

Una leggenda indiana dice che l'aquila viva fino a 70 anni.
Ma perché ciò accada, intorno ai 40 anni, dovrà prendere una decisione difficile. A questa età i suoi artigli sono lunghi e flessibili, e non riescono più ad afferrare le prede di cui si nutre. Il suo becco, allungato e appuntito, si incurva. Le ali, invecchiate e appesantite dalle penne assai ingrossate, puntano contro il petto.
Volare è ormai difficile.
L'aquila ha solo due alternative: lasciarsi morire, o affrontare un doloroso processo di rinnovamento, lungo ben 150 giorni.
Volerà allora in cima a una montagna, si ritirerà su un nido inaccessibile, addossato a una parete rocciosa, un luogo da cui potrà fare ritorno con un volo piano e sicuro.
Trovato questo luogo, l'aquila comincerà a sbattere il becco sulla parete fino a staccarlo, affrontando con coraggio il dolore di tale operazione. Passate alcune settimane, le ricrescerà un nuovo becco. Con questo, strapperà uno a uno, incurante del dolore, i vecchi artigli. Quando ricresceranno i nuovi artigli, con questi e con il becco, strapperà dal suo corpo tutte le penne, una ad una.
Quando rinasceranno le nuove penne la nuova aquila si lancerà sicura nel volo di rinnovamento e ricomincerà a vivere per altri 30 anni.

"La leggenda dell'Aquila ha molte attinenze con la nostra vita. Anche noi, molto spesso, nel corso della nostra vita ci troviamo a dover affrontare dure ma necessarie decisioni che ci guidano alla necessità di fare un processo di rinascita.
Intraprendere sfide e cambiamenti non è mai un compito facile.
La transizione, da uno stato all'altro, è raramente privo di sforzi ed alcune volte è molto doloroso. Ma senza questo cambiamento, noi non potremmo crescere e diventare ciò che intendiamo essere."

martedì 29 marzo 2016

Sull'isola di Roanoke ben 117 persone sono scomparse

Tutto cominciò nel 1584 quando Sir Walter Raleigh reclutò due esperti uomini di mare, Philip Amadas e Arthur Barlowe, per inviarli nel Nuovo Mondo. Il loro incarico consisteva nell’individuare un luogo adatto a ospitare la prima colonia inglese. Partirono con due navi e dopo numerosi sopralluoghi indicarono l’isola di Roanoke, una striscia di terra al largo della costa dell’attuale Carolina del Nord, come il sito più idoneo. I due esploratori visitarono Roanoke e una parte della costa durante la stagione estiva, quando il clima mite e la vegetazione rigogliosa facevano sembrare quei luoghi dei paradisi terrestri. Le cose non stavano esattamente così, perché durante l’inverno spaventose tempeste si abbattevano di continuo sulle spiagge e per sopravvivere bisognava essere dotati di forte fibra e vivace spirito di adattamento.
Raleigh ottenne l’approvazione dalla Regina Elisabetta I e nel 1585 organizzò un’altra spedizione formata da 7 navi e 150 coloni, guidata da Sir Richard Grenville e Sir Ralph Lane. La prima colonia inglese fu battezzata Virginia e Lane ne divenne il governatore. Al momento dello sbarco le condizioni climatiche non erano favorevoli alla semina (era cominciato l’inverno), di conseguenza le scorte di cibo si esaurirono in fretta. Grenville dovette far ritorno in Inghilterra per acquistare ulteriori approvvigionamenti. 

Lane era un capitano dell’esercito e il suo approccio con gli indiani dell’isola fu brutale. Adirato per il furto di una tazza d’argento, Lane sospettò subito dei nativi e per punirli fece uccidere il loro capo, Wingina. Francis Drake si ritrovò a passare da quelle parti al momento giusto. Lane e il resto degli uomini, sfiniti dalla fame e decimati dagli scontri con i nativi, furono più che felici di abbandonare Roanoke. Arrivati con la convinzione di trovarvi oro e argento in abbondanza, si erano attirati le ire degli abitanti e avevano determinato il fallimento del primo tentativo di colonizzazione. Drake lasciò 15 uomini a protezione dell’insediamento degli inglesi.
Raleigh non si lasciò demoralizzare e pianificò una nuova spedizione. John White, il responsabile del progetto, era orientato a fondare una colonia autosufficiente piuttosto che un semplice punto d’appoggio per la ricerca di minerali preziosi. Partì con 117 persone tra le quali c’erano sua figlia Eleanor Dare, quasi alla fine della gravidanza, e suo genero Annanias Dare. Approdarono a Roanoke il 22 luglio 1587.
Dei 15 uomini lasciati da Drake erano rimaste solo le ossa. Gli indigeni li avevano massacrati per vendicarsi dell’omicidio del loro capo.
La nipote di White, Virginia, venne alla luce il 18 agosto e fu la prima bambina inglese a nascere nelle Americhe. John White rientrò a malincuore in Inghilterra con soli dieci uomini per procurare materiali più adatti alla costruzione degli alloggi e alcune varietà di sementi. Salutò sua figlia e sua nipote senza sapere che non le avrebbe più riviste. Arrivò in patria l’8 novembre e nel giro di quattro mesi fu pronto a partire di nuovo. Purtroppo, causa del conflitto scoppiato tra Inghilterra e Spagna, gli fu proibito di lasciare il paese. White non aveva alcuna intenzione di lasciare sua figlia e il resto della colonia senza rifornimenti per chissà quanto tempo, quindi convinse le autorità che due delle sue imbarcazioni erano troppo piccole per poter essere utilizzate come navi da guerra. Ottenuto il permesso di partire con la coppia di brigantini (il Brave e il Roe) White si mise in viaggio. Durante la navigazione alcune navi francesi attaccarono i due vascelli e si impossessarono di tutti i rifornimenti destinati alla colonia. White, disperato e furioso, fu costretto a tornare indietro. Stavolta la flotta inglese sequestrò definitivamente i due brigantini. White ancora non sapeva che avrebbe dovuto trascorrere i tre anni seguenti in preda al tormento di non poter raggiungere Roanoke.
Il 7 marzo del 1589 il Capitano William Irish firmò un accordo con diciannove mercanti e nobiluomini di Londra per portare aiuto alla colonia. Il vero obiettivo di Irish era esplorare le coste americane. Lo scaltro capitano aveva ottenuto generosi finanziamenti stimolando il senso di patriottismo degli inglesi desiderosi di soccorrere la colonia abbandonata sull’isola. Il progetto fu realizzato solamente il 20 marzo 1590 quando tre navi (l’Hopewell, la Little John e la John Evangelist) partirono da Plymouth. White, naturalmente, era uno dei passeggeri. Erano passati tre anni da quando aveva lasciato sua figlia, sua nipote, suo genero e gli altri coloni. In tre anni poteva essere successo di tutto. Orribili pensieri continuarono ad affliggerlo durante i lunghi e interminabili giorni di navigazione. Il 18 agosto tutti i suoi timori si dimostrarono fondati.

L’insediamento era deserto e un’altissima palizzata era stata costruita per proteggerlo. Sembrava, a tutti gli effetti, un fortino. Dei 117 coloni nessuna traccia. Non c’erano segni di lotte o battaglie. Nessuna tomba. Nessun cadavere. Le abitazioni erano in rovina. I coloni se n’erano andati all’improvviso, lasciando gli effetti personali. Incisa su uno dei tronchi della palizzata fu trovata la parola CROATOAN. Su questo punto i testi si dividono: alcuni attestano che le lettere fossero solo tre (CRO), altri che ci fosse l’intera parola. Ad ogni modo la logica fece pensare che il gruppo si fosse trasferito a Croatoan, altra isola lungo la costa. Il maltempo impedì a White e soci di raggiungere Croatoan e verificare se ciò era vero. Anche qui le fonti storiche prendono due strade diverse: chi dice che White non riuscì a perlustrare Croatoan e chi invece sostiene che ci riuscì, ma che non trovò traccia dei coloni. La flotta fu quindi costretta dal cattivo tempo a tornare in patria invece di svernare ai Caraibi come progettato. White non riuscì più a racimolare i fondi necessari per un’altra spedizione e morì senza sapere cosa ne era stato dei membri della sua famiglia. Si continuò a cercare i coloni fino al 1607 e oltre, anche se molte delle spedizioni impiegarono la maggior parte del tempo a perlustrare altre zone in cerca di leggendarie ricchezze. Il Nuovo Mondo fu letteralmente preso d’assalto da decine e decine di avventurieri bramosi di scrivere il proprio nome nella storia. In pochi si dedicarono con il dovuto impegno al ritrovamento di quelle 117 persone. Tra questi Raleigh, il primo che aveva avuto l’idea di colonizzare Roanoke. Raleigh spedì altre navi oltreoceano. Organizzò cinque spedizioni a proprie spese finché non fu talmente pieno di debiti da essere arrestato e imprigionato nella Torre di Londra dal nuovo re, Giacomo I.

Nel 1607 gli inglesi costruirono la prima colonia permanente d’America e la chiamarono Jamestown. Gli abitanti di tale insediamento stabilirono numerosi contatti con le popolazioni locali nella speranza di poter raccogliere testimonianze del passaggio dei coloni di Roanoke. Il desiderio più grande era di ritrovare dei superstiti, ma le indagini non portarono a nessun risultato.
Nel 1709 l’esploratore inglese John Lawson visitò Roanoke. Lawson trascorse qualche tempo con i nativi discendenti della tribù di Croatoan che affermavano di avere degli antenati dalla pelle bianca. Lawson non poté fare a meno di notare che parecchi degli indigeni avevano gli occhi e i capelli chiari, nonché la struttura ossea tipica degli inglesi. Forse in quei tre anni in cui si erano ritrovati isolati dal mondo civilizzato, i coloni erano regrediti a uno stato selvaggio che li aveva spinti a unirsi alle tribù indigene.
Nel 1937 una strana pietra fu trovata nella Carolina del Nord. Vi erano incisi strani simboli che, una volta tradotti, si rivelarono essere un messaggio di Eleanor Dare a suo padre. Nei tre anni seguenti altre 40 pietre simili alla prima furono dissotterrate tra la Carolina e la Georgia. Messe una dietro l’altra raccontavano del faticoso viaggio della colonia di Roanoke verso sud culminato con la morte di Eleanor. Nel 1940 un investigatore mise la parola fine alla vicenda dichiarando che si trattava di una colossale burla. Ci si domanda con quale coraggio si possa scherzare sulla scomparsa di 117 persone.

Dopo aver riportato i fatti, occupiamoci ora delle varie ipotesi.
Prima ipotesi: i coloni furono sistematicamente massacrati dai nativi e poi sepolti in altro luogo.
Seconda ipotesi: i coloni furono letteralmente spazzati via da un uragano di straordinaria potenza.
Terza ipotesi: i coloni morirono a causa della siccità. Quest’ultima ipotesi è nata di recente grazie agli studi sugli anelli di crescita presenti nei tronchi degli alberi di quella zona. Secondo tali studi, nel periodo in cui i coloni vissero a Roanoke, la pioggia non bagnò la terra per molto tempo.
Quarta ipotesi: i coloni si mescolarono alle popolazioni indigene.
Si possono confutare tutte e quattro le congetture. Se la colpa è delle tribù del luogo, come mai non hanno lasciato i corpi in bella mostra per far capire ai successivi coloni che non erano graditi? In precedenza c’erano stati vari scontri con le tribù, naturale conseguenza dell’impatto tra gli invasori e chi si vedeva usurpare la propria terra. Risulta perciò difficile immaginare degli indigeni intenti a trasportare lontano tutte quelle salme e a scavarne le relative tombe in un’impresa senza senso. L’ipotesi dell’uragano che trascina via l’intera popolazione della colonia é inverosimile. Ovviamente resta la possibilità che i coloni, in preda a un cieco terrore, si siano gettati in mare nel folle tentativo di sottrarsi al maltempo e siano affogati. Poco probabile.
Per quanto riguarda la terza ipotesi che si basa sulla siccità che avrebbe rovinato i raccolti e ridotto alla fame i coltivatori ci si chiede come mai, dopo aver deciso di trasferirsi altrove, non abbiano lasciato un messaggio più esplicito sul motivo della loro partenza e sulla direzione presa. Quel ‘CROATOAN’ inciso sul tronco sembra il risultato di un abbandono oltremodo frettoloso più che di un allontanamento pianificato, e la tesi si fa ancora più convincente se pensiamo che forse c’erano solo tre lettere. Soprattutto non si capisce se l’incisione sia stata eseguita proprio dai coloni. White aveva dato precise istruzioni riguardo la scritta da lasciare in caso di fuga improvvisa: oltre al comunicato si doveva aggiungere una croce di Malta. Questa croce non c’era.
La quarta ipotesi è verosimile, ma non ci si spiega come mai neppure un singolo colono sia mai stato rivisto dalle innumerevoli spedizioni in quei luoghi. Stiamo parlando di 117 persone, non di un individuo o due. Davvero decisero all’unisono di trasformarsi in figli della giungla e di non avere più alcun contatto con l’uomo bianco? Alcuni di loro forse sì e questo spiegherebbe il singolare aspetto di alcuni indigeni di Roanoke. Ma gli altri? Eleanor e la piccola Virginia? Furono entrambe vittime della follia che sconvolse la mente di molti coloni e li spinse a uccidere chi non era d’accordo? Può essere.

Uccisi dagli indiani d’America? Inghiottiti da un uragano? Morti d’inedia? Assorbiti dalle tribù indigene? Quale fu il triste destino di quei 117 inglesi? Com’è possibile che siano scomparsi senza lasciare la più piccola traccia? Se scartiamo le precedenti ipotesi che si basano, tutto sommato, su spiegazioni razionali, allora cominciamo a intravedere una realtà ben diversa. Potrebbe trattarsi di un rapimento di massa da parte di entità extraterrestri, oppure dell’incrociarsi di campi magnetici particolari che avrebbero trasportato la colonia in un’altra dimensione. È facile immaginare il susseguirsi degli eventi: i coloni cominciano a svanire nel nulla uno dopo l’altro. La paura di fare la stessa fine convince gli ultimi rimasti che la cosa migliore è lasciare l’isola. Mentre sono intenti a incidere su un tronco il loro messaggio scompaiono anch’essi. Nelle fibre del legno resta solo la parola CROATOAN.
Svelato il mistero? No di certo. È solo uno dei tanti modi per spiegare l’inspiegabile.
L’isola è oggi un sito archeologico protetto e regolarmente visitato dagli studiosi. La volontà di trovare indizi sulla comparsa dei coloni è ancora forte, anche se purtroppo manca la prova più importante. La palizzata con il tronco inciso è stata distrutta dal tempo. Un vero peccato. Sarebbe un’esperienza davvero indimenticabile poter osservare quella enigmatica incisione eseguita 400 anni fa. Ai turisti non resta che ammirare i resti di alcuni dei fortini di colonie successive alla prima e la stele collocata vicino alla spiaggia che celebra lo sbarco degli inglesi e commemora le figure di Sir Raleigh e Virginia Dare.

Fonte:latelanera.com

lunedì 28 marzo 2016

Padre Leopoldo, amasti Dio (canto)

Padre Leopoldo, amasti Dio
sopra ogni cosa con fede viva,
ponesti in Lui la tua fiducia
e lo seguisti con fedeltà.

O San Leopoldo, vicino a Dio,
prega, prega per noi.

Nella celletta confessionale,
lieto accogliesti i peccatori
e del Signore manifestasti
la tenerezza e la bontà.
Rit.

Tutto te stesso a Dio donasti
perché la pace regni nel mondo
e nella Chiesa presto ritorni
un solo ovile, nell'unità.
Rit.

Umile servo della Madonna,
tu la chiamasti la dolce Madre
e tutti i giorni, con grande affetto,
a Lei portasti un fresco fior.
Rit.

O San Leopoldo, prega il Signore
che la sua luce splenda nel mondo
perché lo guidi nella sua via
e porti pace, serenità.

Frutti della preghiera

giovedì 24 marzo 2016

La verità di Padre Amorth sull’Isis


Dalla pagina Facebook di Padre Gabriele Amorth:
L’ISIS E’ SATANA. Le cose accadono prima nelle sfere spirituali, poi diventano concrete su questa terra. I regni spirituali sono solo due. Lo Spirito Santo e lo spirito demoniaco. C’entra perché il male mascherato in vari modi, politiche, religiose, culturali, ha un’unica fonte ispiratrice, il demonio. Da cristiano, combatto la bestia spiritualmente. Anche la politica mondiale che oggi pare priva di risposte di fronte al massacro dei cristiani dovrà combattere l’Isis e lo farà in modo differente. Se avanza come pare chiediamo cosa ha fatto l’Occidente nel corso degli ultimi decenni. Ha mandato Dio al diavolo. Via le benedizioni dalle scuole, via le croci, via tutto, largo allo squallore. Satana mi risponde solo quando lo interpello. Ripete che il mondo è in suo potere, e qui dice il vero. Biblicamente parlando, siamo negli ultimi tempi e la bestia è al lavoro freneticamente.

Fonte:lalucedimaria.it

domenica 20 marzo 2016

Amore e Giudizio

Esiste un equilibrio tra i due estremi, cioè Hesed e Din, Amore e Giudizio. Quest'equilibrio è rappresentato da Rahamim, Misericordia. Tali estremi compaiono in tre luoghi, ognuno dei quali comprende un punto d'equilibrio. La prima polarità è tra Netzah e Hod e l'armonizzatore è Yesod. La seconda polarità è tra Hesed e Gevurah e chi equilibra è Tiferet. La terza polarità è tra Hokmah e Binah e armonizza Tiferet nel mistero di Da'at. Quest'armonizzazione implica la mediazione tra i due estremi.

(L'essenza della Cabala - Daniel C. Matt)

www.martinismo.net

sabato 19 marzo 2016

Tratto da "Uomo Ente Magico"

Deve essere in noi evidente ed improrogabile la necessità di erigere uno spazio sacro dove ciò che è impuro ed esterno non possa irrompere, e dove noi possiamo celebrare quanto di divino è in noi. Compito quindi del presente testo è quello di offrire una serie di utili e semplici strumenti attraverso i quali sia possibile creare un percorso giornaliero capace di dilatare il nostro campo percettivo-cognitivo, rendendoci cioè in grado di udire la nostra voce interiore. Cos’è l’edificazione dello spazio sacro se non la capacità di ognuno di noi di tracciare un cerchio, e di impedire che quanto sta oltre di esso ci confonda e confonda quanto vi sta dentro ? Comprendiamo adesso l’iniziale valore della pratica, e cioè quello di stabilire un muro invalicabile ad impedimento di quelle forze caotiche ed ipnotiche che tendono ad allontanarci costantemente da noi stessi. Solamente una volta eretto questo muro, sarà possibile organizzare lo spazio interiore, rettificarlo, e operare un’espansione costante. Nel momento in cui avremo compreso come la natura umana è cosa assai composita e mutevole, e a seguito di ciò avremo distinto una parte sacra da una naturale,  edificheremo lo spazio sacro dove attraverso l'opera incessante coglieremo i frutti amorevoli del nostro logos interiore. Un logos che perennemente ci parla, ci sussurra sulla Verità e sull’Origine, ma che ostinatamente non ascoltiamo inebriati dalle cose caduche di questo mondo.

Edizioni Lulu http://www.lulu.com/spotlight/lachimera70

Oppure su www.amazon.it

Le differenze sostanziali fra massoneria e martinismo

Tratto da "Martinismo e Via Martinista"
Riprendendo adesso la centralità della narrazione, è giunto il momento di valutare le divergenze fra i due fenomeni iniziatici, i quali trovano sostanziali differenze riassumibili nei seguenti punti:
L’accrescimento spirituale del martinista è individuale e solamente individuale, e non frazione di un accrescimento collegiale così come avviene nella Loggia Massonica. L'edificazione del tempio interiore martinista si esplica attraverso un sistema rituale lunisolare giornaliero e progressivo. Nel martinismo siamo alla presenza di una duplice progressione, che ha qualità al contempo di orizzontalità e di verticalità.Una progressione orizzontale in quanto per ogni grado (Associato Incognito, Iniziato Incognito, e Superiore Incognito) viene fornito di elementi, quaderni/libri/opuscoli, atti alla sua formazione filosofica e culturale. Il martinista da essi deve attingere le necessarie informazioni per erudirsi e meglio comprendere gli strumenti operativi che l’Ordine gli fornisce.
Al contempo abbiamo una progressione verticale in quanto ad ogni passaggio di grado il martinista viene fornito di nuovi strumenti operativi in accordo con le proprie esigenze formative. Nel grado di associato egli lavorerà seguendo il ciclo lunare al fine di purificarsi in chiave propriamente, ma non esclusivamente, cardiaca. Nel grado di iniziato abbiamo l’inclusione di strumenti dalla valenza fortemente teurgica, tesi all’opera sugli elementi quaternari e al consolidamento eggregorico del fratello all’interno della catena. Infine nel grado di Superiore la consegna dei rituali solari (solstiziali ed equinoziali), tendenti a dare funzione e ruolo sacerdotale al martinista.
Altro elemento di differenza risiede nella facoltà iniziatica di cui è investito il Superiore Incognito Iniziatore martinista il quale trasmette l’iniziazione in virtù di un proprio potere che non è delegato, così come avviene in libera muratoria, da assemblea di pari, oppure dall'istituzione massonica o dalla massoneria universale. Il S:::I:::I::: è il depositario della linea iniziatica in cui si è formato, ed è sovrano ed autonomo nel decidere se, quando, e a chi trasmetterla. Egli valuta, o dovrebbe valutare, attentamente i requisiti sostanziali e formali del nuovo figlioletto spirituale, e la sua capacità di essere elemento armonico e non disfunzionale all’interno della catena. Solamente il S:::I:::I::: decide se ammettere l’ingresso del bussante, e solamente sua è la responsabilità del suo proficuo avanzamento. Egli deve essere sempre pronto a recidere, quando non è possibile fare altrimenti, l’anello incrinato. In quanto la forza di una catena corrisponde alla tenuta del suo anello più debole.
A differenza del Venerabile Maestro Massone, carica elettiva e a termine, il filosofo martinista è colui che governa pienamente, fino a quando non passa all’Oriente Eterno o rassegna le dimissioni, la propria collina o loggia. Egli ne è il sovrano, e in pienezza di scelte e di orientamento ne dispone la docetica.
Il carattere di individualità del martinismo, permette all’iniziato di operare anche in solitudine senza l’ausilio di nessuna loggia a lui prossima. Solamente il rapporto con il proprio iniziatore, fino alla “libertà” maturata con il conseguimento del grado di S:::I:::, deve essere costantemente e proficuamente mantenuto. Egli ha quattro finestre giornaliere con cui connettersi all’Eggregore e alla fratellanza dell’eterna catena, e ciò può avvenire in ogni luogo, in quanto in ogni luogo può sussistere il Tempio Interiore. Differendo così dalla necessità della collegialità di loggia, indispensabile al libero muratore.
Il martinista non solo crede nell’Esistenza di un Essere Supremo, ma ritiene di essere in grado, attraverso gli strumenti teurgici/mistici e sacerdotali, di trovare con esso comunione di volontà e di opera.
Quanto brevemente indicato, e molto ancora vi sarebbe da aggiungere o dire, sono gli elementi sostanziali di discontinuità fra martinismo e libera muratoria, va anche precisato che tale ovvietà è spesso sfuggita proprio a chi doveva averla ben chiara. Questo proprio in ossequio alla verità che colui che troppi percorsi vuole praticare per giungere alla vetta della montagna, poco in realtà si avvicinerà ad essa.
Troviamo scritto, (Tratto da “Il Gran Libro della Natura” del 1921 – ed. Atanor), quanto segue in merito ai rapporti fra martinismo e libera muratoria:“L’ORDINE MARTINISTA non è, come alcuni credono, un Rito Massonico, ma un Ordine Illuministico: in altri termini, è semplicemente una Scuola Superiore di studi ermetici, una vera e propria Università Occulta, ove con forme liturgiche di austera bellezza mistica si commenta, si sviluppa, si integra e si applica l’insegnamento iniziatico dei gradi scozzesi.Esso è quindi in realtà il completamento illuministico del Rito Scozzese… “(V.Soro)
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venerdì 18 marzo 2016

Danimarca, il crocifisso trovato per caso che potrebbe cambiare la storia

Il danese Dennis Fabricius Holm è uscito per fare una passeggiata portandosi dietro il suo metal detector. Il cercatore di tesori amatoriale ha cominciato a perlustrare un campo vicino alla città di Aunslev (Østfyn, Danimarca) quando all'improvviso il suo dispositivo ha suonato: scavando, l'uomo ha ritrovato un piccolo crocifisso immerso nel fango. Holm ha postato la sua scoperta su Facebook e vedendo quel ciondolo altri appassionati gli hanno consigliato di rivolgersi ad un museo. Per gli esperti si tratta di un ritrovamento straordinario: quella croce infatti, forse appartenuta ad una donna vichinga, dovrebbe risalire alla prima metà del 900 (X secolo) indicando così che il cristianesimo era già presente in Danimarca ben prima di quanto ipotizzato finora. Dal peso di solo 13,2 grammi e lungo 4 centimetri, il manufatto dorato è liscio sul retro e ha un piccolo foro che indica che fu utilizzato come catenina. La sua datazione dovrebbe essere dellla prima metà del X secolo mentre fino ad ora, nei libri di storia, i segnali di presenza del cristianesimo nel paese scandinavo risalivano alla seconda metà, data delle Jelling Stones, le grandi pietre runiche di Jutland che mostravano la più antica raffigurazione di Gesù su una croce in Danimarca. Quelle pietre commemoravano la conversione dei danesi al cristianesimo ma ora la data potrà essere rivista. "Questa croce può far capire quando i danesi fossero realmente divenuti cristiani - spiegano gli esperti - Un ritrovamento che finirà nei libri di storia". La croce è ora conservata nel Viking Museum Ladby e a Pasqua sarà esposta ai visitatori.