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domenica 14 agosto 2016

Natuzza Evolo: i messaggi dei defunti e dal Cielo

Il 17 gennaio un vecchio mendicante dai vestiti sporchi e laceri bussò alla mia porta.
Io chiesi: “Che volete“? E l’uomo rispose: “No, figlia mia, non voglio niente. Sono venuto per farti una visita“.
Intanto notavo che l’anziano, coperto di cenci che pendevano, aveva gli occhi incredibilmente belli, erano verde intenso. Cercai di congedarlo rapidamente e dissi: “Sentite, se avevamo un morso di pane ve lo davo, ma non abbiamo niente, siamo poveri in tutto“.
“No figlia mia, me ne vado. Prega per me che io prego per te“, mi rispose andandosene con un sorriso bellissimo.
Pensai fosse un vecchio pazzo. L’angelo allora mi disse: “Tu sei una stupida, non ti ha chiesto niente, non ti ha detto niente, ha alzato la mano per benedirti. Chi poteva essere? Uno dell’altro lato!“.
Presa dalla paura replicai: “Un altro lato dove? della strada?“.
L’angelo rise e con voce pacata disse: “Era il Signore…si è mostrato così stracciato perchè siete voi, il mondo, che l’avete stracciato e lo continuate a stracciare. Era Gesù“.
Figurati a me, piansi per tre giorni. Avevo trattato male Gesù, se sapevo che era Lui lo avrei abbracciato!

(testimonianza di Natuzza Evolo a don Cordiano)



L’interessante testimonianza appena riportata della mistica di Paravati, Natuzza Evolo, ci trasporta nella straordinaria quotidianità di “Mamma Natuzza“, come viene tutt’oggi amorosamente chiamata ed invocata.
Ella difatti era in continuo contatto con gli angeli (vedere l’articolo “Natuzza Evolo e gli angeli“), i defunti e con Dio.
Riceveva apparizioni, messaggi, ammonizioni, visite anche più volte al giorno, arrivando persino a scambiare le anime dei deceduti per persone vive: un caso emblematico risale a cavallo tra il 1944 e il 1945, quando la mistica senza volerlo fece fuggire spaventato un uomo che si era presentato da lei con altre persone, chiedendogli ingenuamente: “Scusate, ma voi siete vivo o siete morto?“.
Accanto alle apparizioni, la Evolo cadeva spesso in trance volute da Signore affinchè i deceduti potessero comunicare al mondo attraverso di lei. L’avvocato Silvio Colloca, rinomato personaggio del tempo, raccontò d’aver sentito provenire dalla bocca di Natuzza una voce di bambino che intimava: “Vieni pure. Sono tuo zio Silvio“.
Il padre dell’avvocato aveva infatti perduto un fratello di otto anni nel 1874 e in sua memoria ne aveva dato nome al figlio.
Dopo l’iniziale smarrimento, Colloca iniziò a dialogare con il bambino in questione, chiedendo notizie dei suoi familiari deceduti. “Tranquillo, stanno bene” fu la risposta.
Sempre più sconvolto dalla discussione, l’avvocato tentò di scuotere la mistica per svelare un possibile trucco, ma un’altra voce candidamente disse: “Inutile che la scuoti, non si sveglia. Ora devo andare, il permesso è finito. Fatti una comunione per me“.
Ancora non smaltito lo stupore ed ecco presentarsi un’altra voce, questa volta rauca e sofferente, d’un suo parente massone: “Sono morto senza volere i Sacramenti, da massone. Soffro, non c’è speranza, sono giustamente condannato al fuoco eterno…sono sofferenze atroci e spaventose“.

Un caso analogo fu quello di don Silipo, sacerdote scettico nei confronti di Natuzza, il quale ebbe occasione di parlare – sempre tramite la mistica di Paravati – con monsignor Giuseppe Morabito, vescovo deceduto da giorni.
“Diteci qualcosa dell’altro mondo!“, gli fu chiesto.
La voce con solennità rispose: “Ho conosciuto la cecità di codesto mondo, ora sono nella Visione Beatifica“.
A queste parole don Silipo decise di ricredersi del tutto, in quanto egli era l’unico a conoscenza della cecità che colpì il monsignore negli ultimi giorni di vita.

Queste trance divennero nel tempo sempre più frequenti e la gente del posto, venuta a conoscenza dei fatti, si recava spesso da Natuzza con la speranza di ricevere messaggi dall’aldilà.
Dorotea Ferreri Perri, una delle signore presenti, raccontò allo scrittore Valerio Marinelli quanto segue:


Ricordo che ad un certo punto la voce del marito di una donna che era là con noi le disse: “Mi hai dimenticato, io avrei bisogno di tante preghiere, di tanti aiuti“. La moglie rimase stupefatta e addolorata, continuando il discorso.
[…] Si presentò poi un bimbo che era morto in un incidente automobilistico, figlio di una marchesa di Vibo Valentia, il quale disse: “Io sono il figlio di…” e poi: “Mamma è in viaggio, sta per arrivare, però il mio turno è questo, ditele, vi prego, che non pianga più, che stia tranquilla, perchè io prego per loro, io sono vicino a Dio e attorno gli angeli, sono in un luogo bellissimo pieno di fiori. Mamma arriverà tra poco, diteglielo che sono intervenuto“.
Non passaromo molti minuti che la donna arrivò e, riconosciuta dai presenti, le fu riferito tutto. Ella si disperò per non aver potuto sentire il figlio.


I colloqui con i defunti tramite trance cessarono definitivamente nel 1960.
Quell’ultima occasione viene ampiamente descritta dal primogenito dei figli della mistica:


Si presentò la voce di una santa, mia sorella si ricorda che si trattava di Santa Teresa del Bambin Gesù.
E iniziò a rimproverarmi: “Tu non vai a messa e marini la scuola“, cosa vera perchè spesso me la filavo a giocare a carte. “Ti devi comportare diversamente…“.
Papà a quel punto intervenne: “Fate bene a riprenderlo!Zitto tu bestemmiatore!“.
Mio padre non disse più una parola, sentendosi in colpa per quelle volte che aveva perso la pazienza.
Poi altre voci si susseguirono; alla fine ci salutarono dicendo che quella sarebbe stata l’ultima volta che venivano. “Ci risentiremo quando sarete tutti riuniti“.
Noi pensammo allora che intendessero una particolare occasione familiare, ma forse, con il concetto di riunione, intendevano qualcosa di molto più grande…


Nonostante questo speranzoso congedo, le visioni delle anime dei morti continuarono per tutta la vita.
Spesso la Evolo parlava delle anime dei potenti, come quella di John Fitzgerald Kennedy (1917 – 1963): “È salvo, ma servono tanti, tanti suffragi“.
Riferiva inoltre di vedere spesso l’anima “radiosa” di Papa Pio XII durante le celebrazioni liturgiche, descrivendolo come “quel Papa alto, magro, con il naso lungo e gli occhiali“.
Ancora, ella riceveva, in determinate ricorrenze, apparizioni del “medico-santo”Giuseppe Moscati (1880 – 1927), già beatificato da Papa Paolo VI nel 1975, vedendolo “rivestito di lucente gloria; quella lucentezza derivava dalla sua vicinanza alla Madonna, e ai tanti atti di carità che aveva compiuto in vita“.
Non mancò di richiedere informazioni su sua figlia scomparsa anche il celebre cantante Al Bano, il quale si sentiva ormai certo della morte di Ylenia. La risposta di Natuzza in quella circostanza spiazzò tutti: “Se ne è andata via con una setta, bisogna pregare per lei“.


Frammenti di Cielo

La mistica di Paravati mai negava un consiglio, una carezza o un abbraccio a chi la veniva a visitare.
Non di rado i consigli stessi che donava provenivano dall’angelo custode, dalla Madonna o direttamente da Gesù.
Fu questo il caso d’un giovane indeciso se sposarsi o darsi totalmente al Signore, assecondando la sua chiamata:


Ho visto la Madonna e le domandai di darmi una risposta. Mi rispose: “Fra un momento ti mando l’angelo custode e ti riferirà quello che io ho detto a lui“.
[…] L’angelo allora mi disse: “Vuole essere fedele con la Madonna o con Gesù, ma deve offrire realmente il suo cuore affinchè tutto quello che lui vuole fare venga confermato dal Signore. Che preghi, dia buon esempi, sia umile e caritatevole, dimostrando d’essere figlio fedele di Dio e della Madonna.
Vi sono in Cielo più padri e madri che non zitelle. I santi si possono fare pure nelle grotte“.


Tuttavia i messaggi che provenivano dal Cielo non erano unicamente rivolti ai singoli, ma trattavano spesso temi concernenti l’intera umanità: la stessa Evolo chiese, in tempo di guerra, delucidazioni al Signore riguardo la situazione mondiale.
La Madonna le rispose mostrandole una lunghissima lista scritta, aggiungendo: “Vedi figlia mia, questa è una lista di peccati; perchè possa tornare la pace servono altrettante preghiere“.
Ancor più pressanti erano gli inviti al pentimento e le descrizioni del Purgatorio:


Chiedete perdono a Dio per i vostri peccati mortali, e con pentimento altrimenti la Giustizia non vi potrà mai perdonare […], ma chi chiede perdono a Dio viene preservato solo dal fuoco eterno, la colpa dovendosi espiare in Purgatorio con pene diverse: chi fa testimonianza falsa, o dice calunnie, è condannato a stare in mezzo al mare; chi fa magia nel fuoco; chi bestemmia sarà costretto a stare in ginocchio; chi è superbo nel fango.


Natuzza Evolo, in questo continuo contatto diretto con la Madonna, Dio ed i santi, riceveva persino ammonimenti e rimproveri per alcuni comportamenti: ella stessa raccontò di comeSan Francesco la sgridò per aver principalmente dedicato l’attenzione in Chiesa alla sua statua piuttosto che al Crocifisso.


Fazzoletto frasi di sangue di Natuzza Evolo


Altrettanti ammonimenti, assieme ad un grande numero di frasi bibliche, provennero dalle sudorazioni ematiche: la mistica difatti, in determinate occasioni, sudava sangue, e tale sangue andava poi a formare frasi ed immagini sui fazzoletti usati per asciugare le sudorazioni.
Gesù, la Madonna e i loro Cuori Immacolati trafitti da croci furon speso i protagonisti delle misteriore raffigurazioni; vi si potevano inoltre trovare simboli riconducibili allo Spirito Santo, simoboli dei martiri e di San Luigi Gonzaga(1568 – 1591).
Le frasi potevano invece variare dal greco antico al latino, dal francese all’italiano, dal tedesco allo spagnolo, seguendo tuttavia una ben precisa logica biblica neotestamentaria.
Tra le numerosissme donate, quella più ricorrente – ed emblematica – secondo la testimonianza dei presenti fu un passo del Vangelo di Marco (8:36), chiaro invito di Dio all’uomo moderno a non bramare smodatamente ricchezze e potere, ma ad impegnarsi piuttosto nel proprio cammino spirituale:

Che giova all’uomo se guadagna il mondo ma perde l’anima sua?

Fonte:www.veniteadme.org

martedì 9 agosto 2016

l'Anima che lascia il corpo fisico che muore

Cina-Telecamera fissa in un nosocomio riprende l'Anima che lascia il corpo fisico che muore


lunedì 6 giugno 2016

I 100 anni concessi a satana sono scaduti

Durante una visione del 1820, fu rivelato alla beata Anna Caterina Emmerick che Satana sarebbe stato liberato dalla catene circa ottanta anni  prima dell’anno 2000. Tale periodo di libertà per l’Angelo decaduto sarebbe durato un secolo.

Questo viene confermato da u messaggio dellaMadonna di Medjugorje dato ai veggenti il 24 aprile 1982 il messaggio dice : Cari Figli dovete sapere che satana esiste . Egli si è presentato davanti al trono di Dio e ha chiesto il permesso di tentare la Chiesa per un certo periodo con l’intenzione di distruggerla. Dio ha permesso a satana di mettere la chiesa alla prova per un secolo , ma ha aggiunto :” non la distruggerai”. Questo secolo in cui vivete è sotto il potere di satana ( 1900) , ma quando saranno realizzati i Segreti che vi sono stati affidati -il suo potere verrà infranto. già ora comincia a perdere il suo potere perciò e diventato più aggressivo distrugge i matrimoni ,solleva discordie anche tra le anime consacrate , causa ossessioni, provoca omicidi . Proteggetevi dunque con la Preghiera e col Digiuno, soprattutto con la Preghiera Comunitaria ,portate addosso oggetti Benedetti e poneteli anche nelle vostre case . E riprendete l’uso dell’ acqua benedetta . Quando potrebbero concludersi i cento che satana ha disposizione per distruggere la Chiesa.  Una ulteriore conferma arriva da una visione avuta da Papa Leone Xlll  così descritta :
La mattina del 13 ottobre 1884, al termine della Santa Messa, papa Leone XIII rimase immobile davanti al Tabernacolo per circa 10 minuti. Quando si “riprese”, il suo volto era preoccupato e angosciato. Raccontò ai suoi collaboratori che aveva assistito ad un “colloquio” tra Nostro Signore e Satana. Quest’ultimo dichiarava con orgoglio che avrebbe potuto facilmente distruggere la Chiesa, se avesse avuto maggiore potere su coloro che si mettono al suo servizio, e più libertà per circa 100 anni. Il Signore rispose a Satana che gli avrebbe concesso sia più libertà che i cento anni necessari. Leone XIII rimase così sconvolto da questo “colloquio” che scrisse la famosa preghiera a San Michele Arcangelo per la protezione della Chiesa e volle che fosse recitata, in ginocchio, dopo ogni Santa Messa. Purtroppo, però, con la riforma liturgica post-conciliare, questo dono che Cristo ci fece tramite il suo Vicario, fu messo nel cassetto. La preghiera non è stata più recitata e la stragrande maggioranza dei fedeli nati dagli anni ’70 in poi del secolo scorso non ne conoscono neppure l’esistenza.
La Emmerick parla di circa 80 anni prima dell’anno 2000, dunque verso la fine degli anni ’10 e gli inizi degli anni ’20 del XX secolo. Leone XIII vide quell’insolito “dialogo” un 13 ottobre. Pensandoci   bene.  Satana Potrebbe essere stato liberato dalle catene il 13 ottobre del 1917, giorno dell’ultima apparizione mariana a Fatima, quando ci fu il “miracolo del sole”, e la Madonna promise che «il mio Cuore Immacolato trionferà».
Oltre a queste coincidenze di date, la conferma arriva da altri due elementi.
Benedetto XVI durante il suo viaggio apostolico a Fatima (11-14 maggio 2010) ricordò l’importanza del centenario delle apparizioni.                                              

Teresa Neumann (1898-1962), la “stigmatizzata bavarese”, la quale ebbe dal Cielo anche il dono delle profezie. In una delle ultime profezie prima della morte disse che il maggior periodo di dominio sul mondo da parte di Satana – potere che avrebbe usato per scagliare un attacco, secondo lui, mortale alla Chiesa, in particolare al papato – sarebbe durato circa 18 anni, dal 1999 al 2017.                   Concludendo i cento anni dovrebbero terminare con il centenario delle apparizioni di Fatima cioè il (2017 ) con molta probabilità nel frattempo  inizieranno a essere svelati i 10 segreti di medjugorje , il trionfo del cuore immacolato di Maria promesso a Fatima è paragonabile al tempo di pace e giustizia promesso a Medjugorje.

Fonte: http://www.lalucedimaria.it

domenica 5 giugno 2016

Muore di infarto ma resuscita dopo un ora

Un camionista romano, andato in arresto cardiaco per 45 minuti. 45 minuti sono un tempo lunghissimo per un infarto. Basti pensare che le linee guida ospedaliere prevedono che, in seguito ad un arresto cardiaco, si proceda ad una rianimazione per circa 20 minuti. Superati i 20 minuti si può dichiarare il decesso.

L’uomo, invece, è “resuscitato” dopo 45 minuti. Tutti i giorni faceva consegne spostandosi in tutta Italia. Quella mattina era appena giunto da Pescara, stava tornando presso la ditta per cui lavora, per posare il camion, nei dintorni di Piazza Bologna.

L’uomo, però, si è accorto di avere qualcosa che non andava e ha subito allertato i soccorsi: “Sono Tiziano, Vi scrivo da Via XXI Aprile. Sto morendo per arresto cardiaco”. Queste le parole che ha pronunciato al telefono.

Tiziano è stato rapidamente portato in ambulanza all’ospedale più vicino, ma i medici si son subito resi conto che era ormai troppo tardi, un’aritmia cardiaca rapidissima “aveva ucciso” l’uomo. “Non c’era battito, né pressione sanguigna, né polso” queste le parole dell’infermiera Michela Delle Rose, che ha vissuto la vicenda in prima persona.

Ma è in questo momento che la vicenda assume tratti incredibili. Tiziano ha raccontato di esser scivolato in un mondo celeste: “L’unica cosa che mi ricordo è che ho cominciato a vedere la luce e a camminare verso di essa”. Poi continua: “Era la cosa più bella che avessi mai visto e sembrava così felice. Mi ha preso il braccio e mi ha detto: «Non è ancora il tuo momento, tu non devi essere qui. Devi tornare indietro, ci sono cose che ancora devi fare»”.

E, incredibilmente, dopo 45 minuti il cuore del paziente è tornato a battere dal nulla. ” Il suo cervello è rimasto senza ossigeno per 45 minuti, è incredibile che possa continuare a camminare” ha riferito l’infermiera Delle Rose. “Siamo di fronte a un caso unico. Studieremo tutto al dettaglio. domani verranno a Roma i colleghi americani. Questa è resurrezione” ha detto il dottor Sabino Lasala. Intanto noi siamo contenti per Tiziano e gli auguriamo, al di là del miracolo, una pronta guarigione.

venerdì 20 maggio 2016

Cosa sono le maledizioni

— LE MALEDIZIONI Sono auguri di male, e l'origine del male sta NEL DEMONIO; quando sono fatte con vera perfidia, specie se c'è un legame di sangue tra il maldicente e il maledetto, possono avere effetti tremendi. I casi più frequenti e più gravi che mi sono capitati riguardavano genitori o nonni che hanno maledetto i figli o i nipoti. La maledizione si è dimostrata molto grave se si riferiva alla loro esistenza o se veniva fatta in particolari circostanze, per esempio nel giorno del matrimonio. I genitori hanno verso i figli un legame e un'autorità come nessun'altra persona. Ho seguito un giovane che era stato maledetto dal padre fin dalla nascita (evidentemente non lo voleva) e aveva continuato a subire tali maledizioni nell'infanzia e in tutto il periodo in cui è vissuto in casa. Questo povero giovane ha avuto traversie di tutti i tipi: mali di salute, incredibili difficoltà sul lavoro, sfortuna nel matrimonio, malattie nei figli... Le benedizioni gli hanno dato un giovamento spirituale, ma non mi è parso che abbiano ottenuto di più. Un secondo esempio. Una giovane voleva sposarsi con un bravo ragazzo da lei amato, ma i genitori erano contrari; visti inutili i loro sforzi, tali genitori si sono dimostrati rassegnati e hanno partecipato alle nozze. Lo stesso giorno del matrimonio il padre ha chiamato in disparte la figlia con una scusa; in realtà l'ha maledetta augurando i peggiori mali su lei, sul marito e sui figli. E cosi è stato nonostante le intense preghiere e benedizioni. ( P.Amorth)

mercoledì 6 aprile 2016

4 modi per sapere se un nostro caro defunto ci è vicino

Uno dei modi per capire se un tuo caro defunto è ancora vicino a te è sentirne il profumo. Il nostro olfatto è, infatti, collegato direttamente all’ippocampo, l’area del cervello dedicata ai ricordi. Se improvvisamente sentite l’odore, il profumo di un vostro caro vuol dire che lui è li con voi e vi sta proteggendo. Guardate fuori da una finestra e lasciate che vi abbracci.
Un altro modo abbastanza frequente con cui gli spiriti si collegano alla nostra anima e alla nostra quotidianità è attraverso i sogni. Sognare un parente defunto non avviene mai per caso. Si tratta di un modo molto chiaro per comunicare con le persone che si sono tanto amate anche dall’aldilà. Non abbiate paura e godetevi il vostro sogno.
Se improvvisamente non doveste trovare un oggetto, qualcosa a cui tenevate, doveste notare un oggetto in una posizione strana ed insolita sappiate che anche questo è un gesto che i nostri cari defunti utilizzano per comunicare con noi. Ovviamente non tutti hanno questa sensibilità per cogliere questi segni ma fateci caso e riuscire a superare il vostro dolore in modo meno traumatico.
Se avete difficoltà a pensare, se la vostra testa nonostante cerchiate di concentrarvi sia sempre da un’altra parte, sappiate che anche questa è una delle modalità con cui l’aldilà cerca le nostre attenzioni. E’ un modo davvero insolito ma efficace per indurre le persone a ricordarsi che anche loro sono ancora con noi a proteggerci e volerci bene.

Fonte:news.fidelityhouse.eu

martedì 29 marzo 2016

Sull'isola di Roanoke ben 117 persone sono scomparse

Tutto cominciò nel 1584 quando Sir Walter Raleigh reclutò due esperti uomini di mare, Philip Amadas e Arthur Barlowe, per inviarli nel Nuovo Mondo. Il loro incarico consisteva nell’individuare un luogo adatto a ospitare la prima colonia inglese. Partirono con due navi e dopo numerosi sopralluoghi indicarono l’isola di Roanoke, una striscia di terra al largo della costa dell’attuale Carolina del Nord, come il sito più idoneo. I due esploratori visitarono Roanoke e una parte della costa durante la stagione estiva, quando il clima mite e la vegetazione rigogliosa facevano sembrare quei luoghi dei paradisi terrestri. Le cose non stavano esattamente così, perché durante l’inverno spaventose tempeste si abbattevano di continuo sulle spiagge e per sopravvivere bisognava essere dotati di forte fibra e vivace spirito di adattamento.
Raleigh ottenne l’approvazione dalla Regina Elisabetta I e nel 1585 organizzò un’altra spedizione formata da 7 navi e 150 coloni, guidata da Sir Richard Grenville e Sir Ralph Lane. La prima colonia inglese fu battezzata Virginia e Lane ne divenne il governatore. Al momento dello sbarco le condizioni climatiche non erano favorevoli alla semina (era cominciato l’inverno), di conseguenza le scorte di cibo si esaurirono in fretta. Grenville dovette far ritorno in Inghilterra per acquistare ulteriori approvvigionamenti. 

Lane era un capitano dell’esercito e il suo approccio con gli indiani dell’isola fu brutale. Adirato per il furto di una tazza d’argento, Lane sospettò subito dei nativi e per punirli fece uccidere il loro capo, Wingina. Francis Drake si ritrovò a passare da quelle parti al momento giusto. Lane e il resto degli uomini, sfiniti dalla fame e decimati dagli scontri con i nativi, furono più che felici di abbandonare Roanoke. Arrivati con la convinzione di trovarvi oro e argento in abbondanza, si erano attirati le ire degli abitanti e avevano determinato il fallimento del primo tentativo di colonizzazione. Drake lasciò 15 uomini a protezione dell’insediamento degli inglesi.
Raleigh non si lasciò demoralizzare e pianificò una nuova spedizione. John White, il responsabile del progetto, era orientato a fondare una colonia autosufficiente piuttosto che un semplice punto d’appoggio per la ricerca di minerali preziosi. Partì con 117 persone tra le quali c’erano sua figlia Eleanor Dare, quasi alla fine della gravidanza, e suo genero Annanias Dare. Approdarono a Roanoke il 22 luglio 1587.
Dei 15 uomini lasciati da Drake erano rimaste solo le ossa. Gli indigeni li avevano massacrati per vendicarsi dell’omicidio del loro capo.
La nipote di White, Virginia, venne alla luce il 18 agosto e fu la prima bambina inglese a nascere nelle Americhe. John White rientrò a malincuore in Inghilterra con soli dieci uomini per procurare materiali più adatti alla costruzione degli alloggi e alcune varietà di sementi. Salutò sua figlia e sua nipote senza sapere che non le avrebbe più riviste. Arrivò in patria l’8 novembre e nel giro di quattro mesi fu pronto a partire di nuovo. Purtroppo, causa del conflitto scoppiato tra Inghilterra e Spagna, gli fu proibito di lasciare il paese. White non aveva alcuna intenzione di lasciare sua figlia e il resto della colonia senza rifornimenti per chissà quanto tempo, quindi convinse le autorità che due delle sue imbarcazioni erano troppo piccole per poter essere utilizzate come navi da guerra. Ottenuto il permesso di partire con la coppia di brigantini (il Brave e il Roe) White si mise in viaggio. Durante la navigazione alcune navi francesi attaccarono i due vascelli e si impossessarono di tutti i rifornimenti destinati alla colonia. White, disperato e furioso, fu costretto a tornare indietro. Stavolta la flotta inglese sequestrò definitivamente i due brigantini. White ancora non sapeva che avrebbe dovuto trascorrere i tre anni seguenti in preda al tormento di non poter raggiungere Roanoke.
Il 7 marzo del 1589 il Capitano William Irish firmò un accordo con diciannove mercanti e nobiluomini di Londra per portare aiuto alla colonia. Il vero obiettivo di Irish era esplorare le coste americane. Lo scaltro capitano aveva ottenuto generosi finanziamenti stimolando il senso di patriottismo degli inglesi desiderosi di soccorrere la colonia abbandonata sull’isola. Il progetto fu realizzato solamente il 20 marzo 1590 quando tre navi (l’Hopewell, la Little John e la John Evangelist) partirono da Plymouth. White, naturalmente, era uno dei passeggeri. Erano passati tre anni da quando aveva lasciato sua figlia, sua nipote, suo genero e gli altri coloni. In tre anni poteva essere successo di tutto. Orribili pensieri continuarono ad affliggerlo durante i lunghi e interminabili giorni di navigazione. Il 18 agosto tutti i suoi timori si dimostrarono fondati.

L’insediamento era deserto e un’altissima palizzata era stata costruita per proteggerlo. Sembrava, a tutti gli effetti, un fortino. Dei 117 coloni nessuna traccia. Non c’erano segni di lotte o battaglie. Nessuna tomba. Nessun cadavere. Le abitazioni erano in rovina. I coloni se n’erano andati all’improvviso, lasciando gli effetti personali. Incisa su uno dei tronchi della palizzata fu trovata la parola CROATOAN. Su questo punto i testi si dividono: alcuni attestano che le lettere fossero solo tre (CRO), altri che ci fosse l’intera parola. Ad ogni modo la logica fece pensare che il gruppo si fosse trasferito a Croatoan, altra isola lungo la costa. Il maltempo impedì a White e soci di raggiungere Croatoan e verificare se ciò era vero. Anche qui le fonti storiche prendono due strade diverse: chi dice che White non riuscì a perlustrare Croatoan e chi invece sostiene che ci riuscì, ma che non trovò traccia dei coloni. La flotta fu quindi costretta dal cattivo tempo a tornare in patria invece di svernare ai Caraibi come progettato. White non riuscì più a racimolare i fondi necessari per un’altra spedizione e morì senza sapere cosa ne era stato dei membri della sua famiglia. Si continuò a cercare i coloni fino al 1607 e oltre, anche se molte delle spedizioni impiegarono la maggior parte del tempo a perlustrare altre zone in cerca di leggendarie ricchezze. Il Nuovo Mondo fu letteralmente preso d’assalto da decine e decine di avventurieri bramosi di scrivere il proprio nome nella storia. In pochi si dedicarono con il dovuto impegno al ritrovamento di quelle 117 persone. Tra questi Raleigh, il primo che aveva avuto l’idea di colonizzare Roanoke. Raleigh spedì altre navi oltreoceano. Organizzò cinque spedizioni a proprie spese finché non fu talmente pieno di debiti da essere arrestato e imprigionato nella Torre di Londra dal nuovo re, Giacomo I.

Nel 1607 gli inglesi costruirono la prima colonia permanente d’America e la chiamarono Jamestown. Gli abitanti di tale insediamento stabilirono numerosi contatti con le popolazioni locali nella speranza di poter raccogliere testimonianze del passaggio dei coloni di Roanoke. Il desiderio più grande era di ritrovare dei superstiti, ma le indagini non portarono a nessun risultato.
Nel 1709 l’esploratore inglese John Lawson visitò Roanoke. Lawson trascorse qualche tempo con i nativi discendenti della tribù di Croatoan che affermavano di avere degli antenati dalla pelle bianca. Lawson non poté fare a meno di notare che parecchi degli indigeni avevano gli occhi e i capelli chiari, nonché la struttura ossea tipica degli inglesi. Forse in quei tre anni in cui si erano ritrovati isolati dal mondo civilizzato, i coloni erano regrediti a uno stato selvaggio che li aveva spinti a unirsi alle tribù indigene.
Nel 1937 una strana pietra fu trovata nella Carolina del Nord. Vi erano incisi strani simboli che, una volta tradotti, si rivelarono essere un messaggio di Eleanor Dare a suo padre. Nei tre anni seguenti altre 40 pietre simili alla prima furono dissotterrate tra la Carolina e la Georgia. Messe una dietro l’altra raccontavano del faticoso viaggio della colonia di Roanoke verso sud culminato con la morte di Eleanor. Nel 1940 un investigatore mise la parola fine alla vicenda dichiarando che si trattava di una colossale burla. Ci si domanda con quale coraggio si possa scherzare sulla scomparsa di 117 persone.

Dopo aver riportato i fatti, occupiamoci ora delle varie ipotesi.
Prima ipotesi: i coloni furono sistematicamente massacrati dai nativi e poi sepolti in altro luogo.
Seconda ipotesi: i coloni furono letteralmente spazzati via da un uragano di straordinaria potenza.
Terza ipotesi: i coloni morirono a causa della siccità. Quest’ultima ipotesi è nata di recente grazie agli studi sugli anelli di crescita presenti nei tronchi degli alberi di quella zona. Secondo tali studi, nel periodo in cui i coloni vissero a Roanoke, la pioggia non bagnò la terra per molto tempo.
Quarta ipotesi: i coloni si mescolarono alle popolazioni indigene.
Si possono confutare tutte e quattro le congetture. Se la colpa è delle tribù del luogo, come mai non hanno lasciato i corpi in bella mostra per far capire ai successivi coloni che non erano graditi? In precedenza c’erano stati vari scontri con le tribù, naturale conseguenza dell’impatto tra gli invasori e chi si vedeva usurpare la propria terra. Risulta perciò difficile immaginare degli indigeni intenti a trasportare lontano tutte quelle salme e a scavarne le relative tombe in un’impresa senza senso. L’ipotesi dell’uragano che trascina via l’intera popolazione della colonia é inverosimile. Ovviamente resta la possibilità che i coloni, in preda a un cieco terrore, si siano gettati in mare nel folle tentativo di sottrarsi al maltempo e siano affogati. Poco probabile.
Per quanto riguarda la terza ipotesi che si basa sulla siccità che avrebbe rovinato i raccolti e ridotto alla fame i coltivatori ci si chiede come mai, dopo aver deciso di trasferirsi altrove, non abbiano lasciato un messaggio più esplicito sul motivo della loro partenza e sulla direzione presa. Quel ‘CROATOAN’ inciso sul tronco sembra il risultato di un abbandono oltremodo frettoloso più che di un allontanamento pianificato, e la tesi si fa ancora più convincente se pensiamo che forse c’erano solo tre lettere. Soprattutto non si capisce se l’incisione sia stata eseguita proprio dai coloni. White aveva dato precise istruzioni riguardo la scritta da lasciare in caso di fuga improvvisa: oltre al comunicato si doveva aggiungere una croce di Malta. Questa croce non c’era.
La quarta ipotesi è verosimile, ma non ci si spiega come mai neppure un singolo colono sia mai stato rivisto dalle innumerevoli spedizioni in quei luoghi. Stiamo parlando di 117 persone, non di un individuo o due. Davvero decisero all’unisono di trasformarsi in figli della giungla e di non avere più alcun contatto con l’uomo bianco? Alcuni di loro forse sì e questo spiegherebbe il singolare aspetto di alcuni indigeni di Roanoke. Ma gli altri? Eleanor e la piccola Virginia? Furono entrambe vittime della follia che sconvolse la mente di molti coloni e li spinse a uccidere chi non era d’accordo? Può essere.

Uccisi dagli indiani d’America? Inghiottiti da un uragano? Morti d’inedia? Assorbiti dalle tribù indigene? Quale fu il triste destino di quei 117 inglesi? Com’è possibile che siano scomparsi senza lasciare la più piccola traccia? Se scartiamo le precedenti ipotesi che si basano, tutto sommato, su spiegazioni razionali, allora cominciamo a intravedere una realtà ben diversa. Potrebbe trattarsi di un rapimento di massa da parte di entità extraterrestri, oppure dell’incrociarsi di campi magnetici particolari che avrebbero trasportato la colonia in un’altra dimensione. È facile immaginare il susseguirsi degli eventi: i coloni cominciano a svanire nel nulla uno dopo l’altro. La paura di fare la stessa fine convince gli ultimi rimasti che la cosa migliore è lasciare l’isola. Mentre sono intenti a incidere su un tronco il loro messaggio scompaiono anch’essi. Nelle fibre del legno resta solo la parola CROATOAN.
Svelato il mistero? No di certo. È solo uno dei tanti modi per spiegare l’inspiegabile.
L’isola è oggi un sito archeologico protetto e regolarmente visitato dagli studiosi. La volontà di trovare indizi sulla comparsa dei coloni è ancora forte, anche se purtroppo manca la prova più importante. La palizzata con il tronco inciso è stata distrutta dal tempo. Un vero peccato. Sarebbe un’esperienza davvero indimenticabile poter osservare quella enigmatica incisione eseguita 400 anni fa. Ai turisti non resta che ammirare i resti di alcuni dei fortini di colonie successive alla prima e la stele collocata vicino alla spiaggia che celebra lo sbarco degli inglesi e commemora le figure di Sir Raleigh e Virginia Dare.

Fonte:latelanera.com

giovedì 24 marzo 2016

La verità di Padre Amorth sull’Isis


Dalla pagina Facebook di Padre Gabriele Amorth:
L’ISIS E’ SATANA. Le cose accadono prima nelle sfere spirituali, poi diventano concrete su questa terra. I regni spirituali sono solo due. Lo Spirito Santo e lo spirito demoniaco. C’entra perché il male mascherato in vari modi, politiche, religiose, culturali, ha un’unica fonte ispiratrice, il demonio. Da cristiano, combatto la bestia spiritualmente. Anche la politica mondiale che oggi pare priva di risposte di fronte al massacro dei cristiani dovrà combattere l’Isis e lo farà in modo differente. Se avanza come pare chiediamo cosa ha fatto l’Occidente nel corso degli ultimi decenni. Ha mandato Dio al diavolo. Via le benedizioni dalle scuole, via le croci, via tutto, largo allo squallore. Satana mi risponde solo quando lo interpello. Ripete che il mondo è in suo potere, e qui dice il vero. Biblicamente parlando, siamo negli ultimi tempi e la bestia è al lavoro freneticamente.

Fonte:lalucedimaria.it

venerdì 18 marzo 2016

Danimarca, il crocifisso trovato per caso che potrebbe cambiare la storia

Il danese Dennis Fabricius Holm è uscito per fare una passeggiata portandosi dietro il suo metal detector. Il cercatore di tesori amatoriale ha cominciato a perlustrare un campo vicino alla città di Aunslev (Østfyn, Danimarca) quando all'improvviso il suo dispositivo ha suonato: scavando, l'uomo ha ritrovato un piccolo crocifisso immerso nel fango. Holm ha postato la sua scoperta su Facebook e vedendo quel ciondolo altri appassionati gli hanno consigliato di rivolgersi ad un museo. Per gli esperti si tratta di un ritrovamento straordinario: quella croce infatti, forse appartenuta ad una donna vichinga, dovrebbe risalire alla prima metà del 900 (X secolo) indicando così che il cristianesimo era già presente in Danimarca ben prima di quanto ipotizzato finora. Dal peso di solo 13,2 grammi e lungo 4 centimetri, il manufatto dorato è liscio sul retro e ha un piccolo foro che indica che fu utilizzato come catenina. La sua datazione dovrebbe essere dellla prima metà del X secolo mentre fino ad ora, nei libri di storia, i segnali di presenza del cristianesimo nel paese scandinavo risalivano alla seconda metà, data delle Jelling Stones, le grandi pietre runiche di Jutland che mostravano la più antica raffigurazione di Gesù su una croce in Danimarca. Quelle pietre commemoravano la conversione dei danesi al cristianesimo ma ora la data potrà essere rivista. "Questa croce può far capire quando i danesi fossero realmente divenuti cristiani - spiegano gli esperti - Un ritrovamento che finirà nei libri di storia". La croce è ora conservata nel Viking Museum Ladby e a Pasqua sarà esposta ai visitatori.

giovedì 25 giugno 2015

Il mistero dell’isola di Hy-Brasil, la presunta “Atlantide”













Quest’oggi vi proponiamo una storia molto interessante, affascinante e misteriosa. Tutti conosciamo il mito di “Atlantide” e la sua storia che affascina migliaia di persone, ma pochi sono a conoscenza di un’isola misteriosa chiamata Hy-Brasil che si ritiene essere l’origine del Brasile. Cerchiamo di scoprirne di più guidandovi in questo “viaggio” sorprendente.

Secondo le leggende Hy-Brasil è stata la casa di una civiltà tecnologicamente avanzata, con animali giganti e strade coperte d’oro. L’isola era nota anche per la presenza di alcuni sacerdoti in possesso di una conoscenza universale e con un potere che andava oltre l’immaginazione.
Sebbene Hy-Brasil possa essere ritrovata in molte mappe antiche, la realtà è che non esiste un’isola come quella descritta nei racconti ed inoltre non ci sono le coordinate nei documenti storici per indicare dove si troverebbe quest’isola. Hy-Brasil è semplicemente scomparsa senza lasciare nessuna traccia?
Racconti dell’isola Hy-Brasil

Si dice che l’isola Hy-Brasil sia avvolta da una fitta nebbia, fatta eccezione per un giorno ogni sette anni. Quello sarebbe l’unico giorno nel quale l’isola si “mostrerebbe”.
Sembra che nei secoli una serie di mappe sembravano indicare l’esatta posizione dell’isola. Su queste mappe l’isola si presentava con un fiume centrale stretto che attraversava il suo diametro.

Diverse mappe e descrizioni documentate descriverebbero l’isola nei minimi dettagli, questi racconti risalirebbero al 1300-1800. La prima apparizione dell’isola è documentata 1325 attraverso una mappa creata dal cartografo maiorchino ( di Maiorca ) Angelino Dalorto.
Dalorto individuò l’isola proprio ad ovest dell’Irlanda e questo luogo misterioso venne scoperto anche da San Barrind e St.Brendan durante i loro viaggi, rimanendo impressionati dalla ricchezza del luogo che venne rinominato “La Terra Promessa”.

Alcuni storici riferiscono che il famoso navigatore Pedro Alvares Cabral affermò di aver trovato la leggendaria isola durante un suo viaggio intorno al 1500, ma fu solamente nel 1674 che il capitano John Nisbet ed il suo equipaggio affermarono la reale presenza dell’isola.
Il capitano Nisbet ed il suo equipaggio stavano navigando le acque dell’Irlanda quando una misteriosa nebbia li avvolse. Quando la nebbia si allontanò si trovarono improvvisamente faccia a faccia con una costa rocciosa. Si trovavano di fronte alla leggendaria isola di Hy-Brasil.
Il capitano e la sua truppa decisero di esplorare l’isola trascorrendo un’intera giornata. Durante la visita incontrarono gli abitanti che li ricoprirono d’oro e d’argento.
Successivamente una seconda nave, comandata da Alexander Johnson, venne inviata sull’isola ed anche il secondo gruppo di avventurieri ne confermò la presenza e la versione del capitano Nisbet.

L’ultimo avvistamento documentato di Hy-Brasil risale al 1872, l’archeologo Thomas Johnson Westropp visitò l’isola in tre occasioni, portando anche la sua famiglia.
I registri di Westropp indicarono che l’isola aveva la tendenza a scomparire davanti agli occhi delle persone.
Un’antica civiltà aliena?

Un documentario di History Channel del 2010 dal titolo “Antiche civiltà aliene” prese in considerazione l’isola di Hy-Brasil. Nel 1980 il sergente Jim Penniston vide uno strano oggetto volante atterrare nelle vicinanze della sua base militare. Il sergente Penniston ed un soldato decisero di indagare e mentre si avvicinavano videro un bagliore arancione molto intenso.
Il sergente Penniston decise di avvicinarsi per osservare da vicino l’oggetto misterioso ed a quanto sembra telepaticamente “ottenne” dei codici binari. Il sergente ed il soldato dopo il “contatto” persero i sensi, risvegliandosi direttamente nell’ospedale della base militare.

Dopo un paio di giorni Penniston sentì come l’esigenza di scrivere alcuni codici binari e per paura di essere preso per pazzo nascose le sue scritture per circa 30 anni senza menzionare a nessuno l’accaduto.
History Channel grazie a Nick Ciske, un programmatore di computer, riuscì a decodificare il codice e le risposte furono incredibili.
Il messaggio decodificato sembrava menzionare le coordinate di una zona al di fuori dell’Irlanda occidentale che curiosamente erano legate alla posizione dell’isola di Hy-Brasil.

Il messaggio del testo era questo: “Esplorazione dell’umanità continua per Avanzamento Planetario”
Coordinate “”52a 09’42.532″ N / 13 ° 13’12.69 “W”
Inutile dire che le coordinate ottenute telepaticamente dal sergente Penniston coincidevano perfettamente con la zona dove era stata avvistata l’isola di Hy-Brasil.
Dunque esiste realmente l’isola di Hy-Brasil?

I ricercatori e gli archeologi continuano la ricerca di questa mitica isola. Secondo i più scettici le vecchie mappe mostrerebbero l’isola occidentale dell’Irlanda dove ci sarebbero fondali bassi conosciuti come Porcupine Bank. Questi fondali si creerebbero solamente in alcuni momenti ed appunto gli scettici ritengono che la “famosa” isola di Hy-Brasil non sia nient’altro che questi fondali.

Un’altra possibile teoria è che Hy-Brasil avrebbe “preso” il posto di Atlantide, ritenendo che la posizione possa essere la stessa, ovvero al di là delle colonne d’Ercole ( Gibilterra ).
La posizione presunta di Hy-Brasil è al di là delle colonne e quindi conforme alla posizione di Atlantide come diceva Platone.
Dunque Hy-Brasil e Atlantide sono la stessa cosa? Secondo la posizione e la mitologia probabilmente si…

Scritto da Stefano Sorce

Redazione Segnidalcielo.it

Messico: una crepa nel terreno lunga 1 km


lunedì 22 giugno 2015

Vede il fantasma del suo cane

12 mesi fa Claire aveva un cuore triste perchè il suo cane Kurt aveva ottenuto l'eutanasia a causa di un tumore al cervello. Da quel giorno Claire piange ogni giorno per  la grande perdita, che strappò il cuore in mille pezzi.
Ma nessuno sapeva del suo tragico destino.



















Ma dal momento che Kurt non c'è più, continuano ad accadere nella casa di Claire cose molto strane. Per settimane sente dopo essere tornata a casa abbaiare Kurt - anche se lui è morto da settimane. Lei sente ancora la presenza del suo protettore. All'improvviso Claire soffre di angina grave.
Questo è Claire, malato a letto - 12 mesi dalla morte di Kurt.













Claire deve rimanere a letto per 2 settimane. Ora ci manca Kurt più che mai.
Una sera Claire si trova su una telecamera di sorveglianza.













Qui sotto il video emozionante



martedì 19 maggio 2015

Il mistero del cammino del Peabirù

Già da vari anni alcuni archeologi e ricercatori indipendenti brasiliani stanno studiando un antico cammino, conosciuto con il nome di “Peabirù”.
In lingua Tupi Guaranì, “Peabirù” significa “cammino d’andata e ritorno”. Nella mia personale interpretazione, siccome “pe” significa “sentiero”, in Guaraní, e Birú era l’antico nome del Perú, il nome “Peabirú” potrebbe tradursi: “cammino al Perú”.
Il sentiero, largo circa 1,4 metri, si diparte dalla zona di San Vicente (Stato di San Paolo) e dalla costa di Santa Catarina, in particolare dalla baia conosciuta con il nome di Cananea, durante l’era delle scoperte geografiche.
I due tronchi si uniscono presso l’attuale Stato del Paraná, per procedere fino all’attuale frontiera con la Bolivia, presso la città di Corumbá. Quindi, dopo aver attraversato le praterie del Chaco, il cammino si dirige a Potosí.
In realtà il sentiero prosegue, dividendosi in due rami: uno va verso Oruro, Tiahuanaco e poi Cusco, mentre un altro ramo si dirige verso l’Oceano Pacifico, nell’attuale Cile settentrionale.

















In tempi storici, il portoghese Aleixo Garcia (1524 d.C.) percorse il cammino di Peabirú, e raggiunse l’Alto Perù (attuale Bolivia), nove anni prima che Pizzarro raggiungesse il Cusco.
L’esistenza dell’antico cammino del Peabirù è importantissima, perché prova che era possibile raggiungere nell’antichità il Cerro Rico di Potosì (la montagna più ricca d’argento del mondo), dalle coste di Santa Catarina o San Vicente (Brasile), con un viaggio di circa 2 mesi.
In pratica il cammino del Peabirú si interconnetteva con i sentieri incaici dell’impero che a loro volta univano Samaipata, la fortezza inca ubicata più a Sud (attuale Bolivia), con il Cusco.
Chi furono i costruttori del cammino del Peabirú?
Secondo la ricercatrice Rosana Bond, autrice del libro “Il cammino del Peabirú”, potrebbero essere stati sia i Guaraní che gli Incas, ma non esclude che il cammino sia stato aperto in epoche molto più antiche.
Ancora oggi i membri dell’etnia Guaraní attribuiscono la costruzione del cammino al loro leggendario semi-dio Sumé, che fu un civilizzatore e colonizzatore vissuto prima del diluvio.
Il mito di Sumé, che insegnò ai Guaraní l’agricoltura, l’artigianato e impose loro i fondamenti del diritto, è stranamente simile a quello di Viracocha, personaggio leggendario del mondo andino.
Sumé-Viracocha fu la stessa persona?















I conquistadores spagnoli e poi quelli portoghesi, invece, pensarono, confondendosi, che Sumé non fosse altro che Sao Tomé, ovvero San Tommaso, che si era diretto verso l’India per divulgare la parola di Cristo.
Secondo il compianto archeologo boliviano Freddy Arce, il cammino del Peabirú potrebbe essere stato usato in tempi remotissimi da popoli del Medio Oriente, come per esempio i Sumeri, ed in seguito Fenici e Cartaginesi, per inoltrarsi all’interno del continente e raggiungere così la miniera d’argento più grande del pianeta.
Sappiamo che i reperti che richiamano alle culture Medio-Orientali sono vari in Sud America, a partire dalla Fuente Magna, il grande vaso cerimoniale petreo trovato presso il lago Titicaca, all’interno del quale vi sono iscrizioni in lingua sumera. Importante è anche il Monolito di Pokotia, nel cui dorso vi sono altre iscrizioni in proto-sumerico.
Per quanto riguarda i petroglifi che testimoniano l’arrivo dei Fenici in terre sud americane ricordo la famosa Pedra de Ingá (Paraiba), che ho potuto studiare e documentare in un recente viaggio, la Pedra de Gavea, ubicata presso Rio de Janeiro, oltre alla Pietra di Paraiba, oggi perduta.
Quale sarebbe stato il motivo dei viaggi atlantici dei Fenici?
Secondo una recente teoria, è possibile che la leggendaria terra di Ofir, ricchissima di oro ma soprattutto d’argento, fosse l’Alto Perú (oggi Bolivia), e in particolare la zona di Potosí, dove è situato il famoso Cerro Rico, la montagna d’argento.
I Fenici, che navigavano al servizio di Re Salomone, non avrebbero dovuto percorrere il cammino di Peabirú, ma forse barattavano i loro prodotti con argento e oro, direttamente presso la baia di Cananea (che era ubicata presso il litorale dello Stato di Santa Catarina, Brasile).
E’ solo un’ipotesi, per ora, ma l’esistenza, di vari petroglifi e pitture rupestri lungo il cammino di Peabirú che sono ancora poco conosciuti, potrebbe avvalorare questa tesi.
Se si trovassero altri segni riconducibili all’antica scrittura dei Fenici, ecco che questa tesi si rafforzerebbe.
Vi è poi l’incognita del Manoscritto 512, che ho recentemente tradotto dal portoghese antico.
Secondo l’antico documento, gli esploratori Portoghesi del XVIII secolo trovarono i resti di una città in rovine, in un luogo imprecisato dell’immenso sertao.
Le strane iscrizioni che i Portoghesi riportarono nel Manoscritto, sarebbero riconducibili ad una lingua punica, all’aramaico antico, al fenicio o al proto-sinaitico.
E’ una prova in più che alcuni Fenici o i loro discendenti Cartaginesi s’introdussero all’interno del Brasile, forse seguendo il cammino del Peabirú, stabilendosi presso (o edificando loro stessi), la città descritta nel Documento 512, per motivi ignoti.
E’ possibile che gli esploratori Portoghesi del XVIII secolo si diressero verso nord, ubicando la città perduta presso la cordigliera di Huanchaca, all’interno di quello che è oggi il vastissimo e quasi inesplorato Parco Nazionale Noel Kempff Mercado?

Misteri Del Brasile

Carlos Ribeiro, capo geologo del governo portoghese del XIX secolo, trovò in Brasile dei manufatti umani in alcune formazioni del periodo del Miocene, vecchie di circa venti milioni di anni. Un rinvenimento che avrebbe dovuto far riscrivere la storia, e invece, come tanti altri che vedremo, furono virtualmente ignorati...

[Carlos Ribeiro] All’inizio del XX secolo a Miramar, nell’Argentina settentrionale, Carlos Ameghino trovò manufatti imprigionati all’interno di formazioni del Pliocene, dunque risalenti a tre milioni di anni fa. Suo fratello maggiore Fiorentino rinvenne un teschio umano di un milione di anni in uno strato di roccia. nell’area di Buenos Aires.
Queste scoperte gettano nuova luce sulle supposte date di popolamento delle Americhe, dato che finora si riteneva che l’uomo, inteso come "essere umano simile a noi", si fosse introdotto passando dall’Asia nord-orientale, in un periodo variabile tra 10 e 15 mila anni fa.
Una serie di scoperte effettuate in Brasile mettono in serio dubbio tale teoria...
Ad esempio, nel nord-est del Brasile, è stato trovato il rifugio della grotta di Pedra Furada. Negli anni ottanta, un team di ricercatori francesi e brasiliani, guidati da Niede Guidon, ha scavato la grotta e riportato tre metri di stratificazioni di 60.000 anni fa. Gli strati contenevano focolari circolari, carbone di legna e una certa varietà di utensili in pietra e frammenti di roccia dipinta, caduti dalle pareti della caverna.
Alcuni archeologi conservatori come D. J. Melzer, tentando tempestivamente di respingere queste scoperte, dissero che la cenere provocata dagli incendi della foresta si doveva essere lavata, dopo essere entrata nelle grotte e che gli utensili altro non erano che schegge di pietre rottesi naturalmente...
Ma Niede Guidon e i suoi collaboratori contestarono queste critiche fortemente negative - pubblicate in un articolo su "Antiquity", in cui si parlava di Pedra Furada - e li accusarono di aver modificato i fatti. La dr.ssa Guidon richiamò particolare attenzione su una delle fotografie pubblicate: un pezzo di pietra che i critici dicevano creata dalla roccia caduta nella grotta, della quale avevano scritto: "Il manufatto delle loro figure [...] è scheggiato cinque volte parallelamente sullo stesso bordo. Secondo l’ipotesi dell’autore, altri quattro ciottoli si devono essere abbattuti sulla pietra uno sopra l’altro, regolarmente, causando quelle scheggiature con caratteristiche uguali a quelle tecniche" ("Antiquity" 1996, vol. 70, p. 408).
Quando le chiesero come mai riscontrasse tutta questa opposizione, Guidon disse in un’intervista a Athena Review: "Non riesco a capire perché. Forse per il fatto che quando sei il primo a scoprire qualcosa, la gente ti vorrebbe uccidere per aver disturbato le placide acque del lago. Le teorie del popolamento delle Americhe sono solo teorie e nella preistoria non è possibile dire che qualcosa non esiste solo perché non lo troviamo. Una teoria non è una legge e può e deve essere cambiata ogni volta che si scoprono fatti nuovi. Io sono sicura delle nostre scoperte perché siamo un ottimo gruppo di specialisti in differenti scienze. Personalmente sono laureata sia in Storia Naturale che in Preistoria e ho alle spalle decenni di ricerche. So quando sto scavando un posto dove la gente ha sistemato le pietre in modo da fare un fuoco all’interno di una struttura, e quando mi trovo davanti a un incendio naturale!"
Un altro sito interessante è Toca da Esperança (caverna di Hope), anch’essa nel nord-est del Brasile, nello stato di Bahia. Alcuni scavi hanno rivelato quattro strati nella caverna. Il primo era uno strato spesso di roccia calcarea, sotto al quale c’erano tre strati di sabbia. Nello strato inferiore, gli archeologi trovarono attrezzi di pietra insieme a ossa animali. Per datare le ossa animali usarono il metodo dell’uranio che diede come risultato 295.000 anni. Queste importanti scoperte furono riportate al mondo scientifico nel 1988 da Henri de Lumley, uno stimato archeologo francese dell'Accademia di Scienze. De Lumley e i suoi aiutanti dissero: "L'evidenza sembra indicare che i primi Uomini entrarono nel continente americano molto prima di quanto si pensi."
Tuttavia, nonostante l'evidenza, il luogo è stato praticamente ignorato da diversi archeologi americani.
Nel 1970, l’archeologo canadese Alan Lyle Bryan stava esaminando alcuni fossili trovati nella grotta di Lapinha a Lagoa Santa, a nord di Belo Horizonte, in Brasile. In questa grotta, formatasi 900 milioni di anni fa, furono raccolti tra il 1835 e il 1844 molti fossili umani appartenenti a trenta individui associati e resti di fauna, datati circa 10.000 anni fa, tra cui il famoso "cranio dell'Uomo di Lagoa Santa" e fossili di animali preistorici, come la tigre dai denti a sciabola e l'armadillo gigante. La grotta misura 511x40 metri e consiste di 16 stupefacenti "sale". Nel Salone della cosiddetta "Cattedrale" ci sono formazioni che sembrano nicchie, con immagini che ricordano i santi nelle chiese. Straordinarie la Sala delle Piramidi e la Galleria della Sposa, le cui formazioni hanno ispirato questi nomi. Proprio tra questi fossili esposti in un museo brasiliano, nel 1970 Bryan trovò il "cranio dell'Uomo di Lagoa Santa", appartenuto a un ominide molto primitivo, tuttavia somigliante all'Homo Erectus. Bryan si mise a fotografare quello strano cranio, lasciando il fossile nella teca del museo dove lo aveva trovato. Quando l’archeologo mostrò le foto scattate agli scienziati americani, questi non potevano credere che il cranio fosse dell'America del Sud. Secondo la teoria corrente, infatti, nessun cosiddetto "uomo-scimmia" poteva esistere lì, dal momento che creature umane "moderne" non arrivarono mai nelle Americhe, e invece queste sembravano esserci già... 15 milioni di anni fa.
La cosa più incredibile è che dopo la scoperta di Bryan (che fortunatamente fotografò), quell’imbarazzante cranio sparì misteriosamente, seguendo la stessa sorte subita da molti altri reperti archeologici...
Il Brasile non è nuovo a rivelazioni stupefacenti.
Nel nord-est del Brasile, in riva al Rio do Bacamarte, c’è la cosiddetta "Pedra do Ingà", un monolite lungo ventiquattro metri per tre di altezza, completamente ricoperto di "petroglifi", la cui datazione "ipotetica" li colloca tra il 6000 e il 1000 a.C. La pietra è "decorata" con incisioni di animali stilizzati, uomini, cerchi, triangoli, stelle, croci, palme, cactus, spighe di grano e pannocchie di mais, che rivestono completamente un enigmatico muro il cui significato è tuttora sconosciuto alla scienza ufficiale, che lo vedrebbe come una sorta di altare.
È strabiliante come si vogliano subito connettere alla religione i manufatti di cui ci è ignoto il significato. È sconcertante altresì l’immagine di un uomo impegnato alla realizzazione di opere "impossibili", difficilmente realizzabili con i primitivi e rudimentali arnesi a sua disposizione e, soprattutto, è imbarazzante la ripetizione quasi ossessiva di alcuni simboli che ritroviamo anche in molte altre culture. Segni che per alcune loro caratteristiche sono stati attribuiti agli ittiti e perfino a visitatori di altri pianeti. Forse si trattava della razza che aveva realizzato i disegni di Nazca e le pietre di Ica, o invece potrebbero essere stati i nostri fratelli cosmici che continuano a visitare il Sud-America quotidianamente.
Ma continuiamo con i "Misteri" preistorici del Brasile.
Altri massi granitici si trovano al "Lajedo Manoel de Souza", presso la città di Cabaceiras, in cima a una collina piena di cactus e di spinose bromelie, non troppo distante dal Rio do Bacamarte. Un arco litico nasconde al suo interno notevoli pitture rupestri preistoriche, a testimonianza che l’uomo primitivo e gli animali giganteschi della preistoria convivevano migliaia di anni fa (tesi confermata anche dalle Pietre di Ica). Alcune rocce sono state incise con motivi di stelle, cerchi, uccelli e mani, proprio come nelle pitture rupestri aborigene australiane. Motivi identici ricoprono le pareti di una caverna abitata per anni da un santone di nome Pai Mateus. Questa caverna si trova in cima a una montagna che porta il suo nome: il "Lajedo de Pai Mateus"; questa zona è piena di enigmatici massi sferici di notevoli dimensioni ai quali, ancora una volta, non si è riusciti a dare una spiegazione. La più famosa "pietra" è la Pedra da Boca, un blocco di granito la cui apertura della caverna interna ha la forma di una bocca umana, un’altra viene chiamata "Helmet Rock", perché ha la forma cava di un elmo.
Sulla costa del Rio Grande do Norte si trova il "Lajedo de Soledade".
Ad Apodi, la seconda più grande città di Rio Grande do Norte, esiste una distesa rocciosa e immensa, piena di piccole caverne e di canyon, dove tribù di indiani passati di là in cerca di acqua e protezione, scolpirono la pietra registrando un mondo inospitale e selvatico. A ogni passo ci sono sorprese: le piste di "Lajedo de Soledade" contengono fossili di animali preistorici e incisioni rupestri eseguite approssimativamente 10.000 anni fa. Ovunque, enormi pietre calcaree di colore scuro richiamano un tempo ancor più remoto, quando quell'area era unicamente un mare interno poco profondo, abitato da molluschi. L'oceano, infatti, cominciò a ritirarsi 90 milioni di anni fa.
Le incisioni rosse sono la grande attrazione del luogo: i vecchi brasiliani delle caverne usarono una mistura di ossido di ferro e grassi vegetali per incidere nella pietra la flora, la fauna e la vita quotidiana di quei tempi. Buona parte delle raffigurazioni mostra pappagalli, aironi, centopiedi, organi genitali e impronte di mani umane adulte e infantili. Gli altri disegni sono misteriosi e alcuni suggeriscono rituali religiosi. Altre incisioni su pietre piatte rivelano che, durante il periodo paleolítico (quando gli uomini modellavano i primi attrezzi e le prime armi in pietra tagliata), i nostri antenati iniziavano a calcolare il patrimonio, a registrare il risultato della caccia e delle conquiste amorose...
Oggi il "Lajedo de Soledade" è una distesa calcarea di un chilometro e mezzo quadrato, piena di grotte contenenti notevoli pitture rupestri. Novanta milioni di anni fa circa, invece, era il fondale marino di un mare. Nei suoi canyons ci sono caverne, grotte, e molti cunicoli, che furono ricoveri abitativi umani nella preistoria.
Nelle grotte sono stati trovati 53 "pannelli" di pitture rupestri, ma la conformazione delle grotte stesse ha reso molto ardua l’impresa fotografica e esplorativa, dal momento che si tratta per lo più di anfratti dal soffitto bassissimo. Si ritiene che, sia le incisioni, sia i disegni color ocra e rosso mattone, possano risalire da tremila fino anche a diecimila anni fa. Dobbiamo la scoperta di questo importante sito al geologo Eduardo Bagnoli, il cui lavoro è documentato nel piccolo museo del paesino di Soledade, grazie alla Fondazione "Amici di Lajedo de Soledade", creata dallo stesso Bagnoli in collaborazione con Petrobras, la compagnia petrolifera nazionale brasiliana.
La "Valle dei Dinosauri" si trova nell'estremo nord-ovest dello stato di Paraiba, non lontano dalla cittadina di Sousa. In una valle che centocinquanta milioni di anni fa era un lago dalle rive paludose, oggi scorre il Rio do Peixe. In questo sito protetto si può ammirare la più lunga "passeggiata di dinosauri" del mondo: circa cinquanta metri di nitidissime impronte di dinosauri teropodi e sauropodi.
Il paleontologo italiano Don Giuseppe Leopardi è un sacerdote, ma anche uno dei maggiori esperti di impronte di fossili, del mondo. La sua passione gli deriva dalla famiglia: il trisnonno era geologo e il padre, un famoso geologo e paleontologo. Di origine veneziana, aveva frequentato l’Istituto dei Padri Cavagnis, i quali lo esortarono a seguire il suo istinto quando, dopo aver studiato per anni al "Pontificio Istituto Biblico" di Roma, sentì rispuntare la passione originaria. Si laureò in scienze naturali a Roma e nel 1973 fu inviato in Brasile dove si occupò di pastorale universitaria fino al 1989. Insegnò quindi geologia nell'università del Paranà. In Brasile incominciò a trovare orme di dinosauri. Dal 1996 è titolare di una parrocchia della periferia di Napoli, dove continua a interessarsi del comportamento dei dinosauri. Dalle loro orme apprende molte informazioni che non si possono ottenere dallo scheletro. Le ossa permettono di risalire alle dimensioni e al peso del mastodonte, mentre le orme dei piedi e della coda sono in grado di mettere luce sul suo comportamento individuale e sociale. Infatti, mentre fino a qualche tempo fa si credeva che i dinosauri bipedi avessero un’andatura simile a quella dei canguri, ora sappiamo che camminavano come i quadrupedi, in quanto non facevano strisciare la coda per terra. Da questo, si è passati a dedurre che si trattasse di animali molto più dinamici di quanto si pensasse. Dalle "piste" è possibile anche calcolare la loro velocità e sapere perché si spostavano e dove si dirigevano.

I misteri delle foreste del Brasile

Molti furono gli avventurieri che si inoltrarono nelle foreste brasiliane in cerca delle perdute miniere di Muribeca. Il governo del Portogallo, nel XVIII secolo, finanziò spedizioni delle cosiddette bandeiras, cioè “bandiere” o “stendardi”, i cui componenti erano noti come bandeirantes. Nel 1753, un gruppo di sei bandeirantes, guidato da Francisco Raposo e João Silva Guimaraes, organizzò una spedizione nelle zone interne dell’attuale stato di Minas Gerais, con schiavi negri, indigeni e animali da soma. Si dirissero poi verso l’Altipiano Centrale, per poi scomparire nel nulla.

Nella biblioteca nazionale di Rio de Janeiro è conservato il cosiddetto “manoscritto n°212″, il quale descrive dettagliatamente le avventure della spedizione.

Dopo mesi e mesi vagabondando per territori sconosciuti anche alle guide indigene, gli esploratori trovarono una catena di monti strani, fatti come di roccia quarzica. Inseguendo un cervo che penetrava dentro una caverna, uno schiavo trovò un percorso chiaramente artificiale, che li condusse quasi in cima a quelle montagne di quarzo, in un punto da cui si vedeva una valle di pianura. A una distanza di qualche chilometro appariva una grande città sulla piana, così vasta che gli uomini della spedizione erano convinti fosse la capitale dell’antico regno del Brasile. Col timore di essere avvistati dai possibili abitanti, discesero in gran fretta per arrivare vicino alla città, che scoprirono essere tanto grande quanto completamente disabitata.

La strada portò gli uomini davanti a tre grandi arcate: la più alta, quella centrale, aveva incise sull’architrave lettere indecifrabili. Oltre le arcate vi era un’ampio percorso, fiancheggiato da case alte, le cui facciate erano “annerite dall’estrema antichità”. Tutto era silenzioso e deserto. C’erano pilastri crollati, crepacci invasi dalla vegetazione, edifici col tetto fatto di lastre di una strana pietra. Quando i bandeirantes entrarono dentro gli edifici, videro che i pavimenti erano coperti di detriti ed escrementi di pipistrelli, i quali formavano uno strato così alto da convincere gli uomini del fatto che quelle costruzioni erano abbandonate da secoli e secoli, se non millenni.

Nel cuore della città si apriva una grande piazza. Al centro vi era una colonna di pietra nera con la statua di un uomo indicante il nord. A ogni angolo vi erano obelischi di quella strana pietra nera, e lungo un lato si alzava un edificio magnifico, col tetto parzialmente crollato. Vi erano gradini in rovina che portavano a una sala molto ampia, le cui pareti mostravano tracce di affreschi. Anche quel locale era pieno di pipistrelli, e l’odore dei loro escrementi irritava la gola.

Oltre la piazza centrale, la città era tutta in rovina; vi erano macerie e voragini nel terreno. Era stata chiaramente distrutta da qualche sommovimento sismico. Intorno scorreva un fiume ampio, e oltre la sua riva si stendevano campi di una vegetazione floreale lussureggiante. Gli esploratori videro anche dei laghi di acqua bassa su cui nuotavano stormi di anatre…

mercoledì 11 febbraio 2015

Apparizione della Madonna a Torretta



La Madonna appare anche in Sicilia, in provincia di Palermo, sulla collina tra Capaci e Torretta.
E' un effetto ottico? oppure la Madre di Gesù vuole mandarci qualche messaggio? come succede a Medjugorje.

L'immagine in effetti parla da se: l'immagine scura che sembra quasi stagliarsi sulla pietraia sovrastante contrada Cozzo di Sopra ricorda davvero quella della Madonna. Guardando la figura in prospettiva sembra quasi di poter distinguere con chiarezza alcuni particolari inconfondibili: la veste lunga, il manto a coprire le spalle, la corona sulla testa.

Nel giro di poche ore la notizia dell'apparizione montana si è diffusa in tutto il circondario, viaggiando da un telefonino all'altro e di computer in computer a una velocità record. Anche perché Torretta è un paese da sempre molto devoto all'Immacolata (sono molte le congregazioni dedicate alla Santa Vergine).

Anche stavolta, c'è da scommetterci, non mancheranno gli scettici, pronti a "smontare" la tesi dell'apparizione così come accadde per la monaca del Capo (di cui in effetti non si hanno più notizie da tempo). Un effetto ottico, certo, è possibile. Favorito dalla prospettiva dell'inquadratura, e persino dai rigori siberiani che hanno imbiancato anche quel tratto di collina sovrastante il centro abitato di Torretta. Per chiarire il mistero ci sarà tempo.

Intanto, però, in paese, e sul web, non si parla d'altro. E magari - chissà - c'è anche chi spera che quella neve sulla montagna si sciolga il più tardi possibile.

giovedì 5 febbraio 2015

La Maledizione del Bimbo che Piange




Si racconta che in Inghilterra, dagli anni '80 si incominciarono a vendere alcune stampe di un dipinto raffigurante un bel bimbo con le lacrime agli occhi. Ma si racconta anche che lo stesso quadro porti con sé una maledizione. Infatti, il povero bimbo sarebbe stato raffigurato piangente perché costretto a posare dall'artista. Negli anni subito successivi, ci furono gravi incendi che coinvolsero alcune abitazioni dell'Inghilterra e, ogni volta che i vigili del fuoco si recavano sul posto, trovavano tutto distrutto, tranne le stampe del bambino piangente, come se fosse immune alle fiamme. Anzi, si iniziò a spargere la voce che fosse proprio quel bambino a provocare gli incendi, agendo attraverso le stampe che lo raffiguravano.
Il "Sun", giornale a grande tiratura, insinuò che l'immagine portasse sfortuna. Nel 1985, proprio per via di questi enigmatici incendi, molte di queste stampe vennero bruciate in grandi falò. nel giorno di una ricorrenza popolare che si celebra il 5 novembre. Nel febbraio seguente, morì un pensionato in un incendio che distrusse interamente la sua casa. L'unico oggetto che si salvò fu proprio una di queste inquietanti stampe.

Il mistero della morte di Mozart

Il 5 dicembre 1791,dopo una breve malattia,Mozart morì a Vienna.
Aveva solo 35 anni,e la sua salute,da sempre cagionevole,lo aveva portato alla tomba in maniera repentina.
Il 17 dicembre venne celebrato con molta sobrietà il suo funerale,nella cattedrale di santo Stefano,e il suo corpo trasportato nel cimitero di San Marco.

Le streghe di Salem :la storia completa




La caccia alle streghe stava avendo un crescendo vertiginoso e seguiva un tracciato prestabilito. Le fanciulle gridavano il nome di una persona, asserendo che il suo spettro le aveva tormentate, e quella persona veniva arrestata. Ad un primo interrogatorio l'accusato negava di praticare la stregoneria, al che le fanciulle venivano colte dai soliti attacchi. Questo fatto costituiva l'inconfutabile colpa del prigioniero che veniva condotto in attesa del giudizio. Con tale sistema vennero imprigionate le sorelle di Rebecca Nurse. Il 4 aprile venne arrestata anche Elizabeth Proctor, presso cui lavorava come domestica Mary Warren, una delle tormentate. John e Elizabeth Proctor abitavano in una fattoria di loro proprietà che confinava con quelle di George Jacobs senior e di Giles Corey. Essi

martedì 3 febbraio 2015

Baronessa di Carini

Baronessa di Carini


Quella stessa impronta che secondo una leggenda, in occasione dell’anniversario del delitto, 4 dicembre, comparirebbe sul muro della stanza dove la baronessa venne uccisa.
La giovane nobildonna con la testa reclinata sul cuscino, viene da pensare che davvero sia questa la tessera mancante del puzzle, il segreto nascosto per quasi 500 anni. Che la fanciulla scolpita nel marmo del sarcofago della chiesa di San Mamiliano - nel centro storico di Palermo - sia proprio lei, Laura Lanza, la baronessa di Carini uccisa nel 1563 in quello che è passato alla storia come il più clamoroso dei delitti d’onore. E che quindi questa sia la sua tomba, cercata per secoli e mai finora trovata, neanche dalla squadra di cercatori di fantasmi “Ghpa” che da tempo registra voci e apparizioni.

Il castello di Carini

A queste conclusioni è arrivato un gruppo di studiosi (criminologi, grafologi, psicologi), che ha indagato per 4 anni tra archivi e chiese da Carini a Madrid. «L’ho sempre immaginato - dice il parroco, padre Giuseppe Bucaro -. Questa è la cripta della sua famiglia, qui sono seppelliti il nonno Blasco Lanza, la seconda moglie del padre Castellana Centelles, e probabilmente anche il padre Cesare Lanza che la uccise o, meglio, che si autoaccusò del delitto».
La storia è nota, rilanciata poi da due fortunati sceneggiati televisivi: quello del 1975 con Ugo Pagliai e Janet Agren e il remake del 2007 con Luca Argentero e Vittoria Puccini. Teatro del delitto è Carini, paese a 30 chilometri da Palermo dove il 4 dicembre 1563 - secondo la ricostruzione ufficiale - la baronessa Laura Lanza, sposata con Vincenzo La Grua, venne trovata a letto con l’amante Ludovico Vernagallo e assassinata dal padre nella stanza del castello.

Un delitto d’onore confessato dall’assassino in una lettera al re di Spagna conservata nella chiesa Madre. «Ma non torna niente di questa ricostruzione – dice Carmelo Dublo, grafologo e perito del tribunale che guida la ricerca – perché per raggiungere Carini da Palermo ci volevano a cavallo almeno 6 ore e quindi Cesare Lanza non avrebbe potuto sorprendere nessuno. Inoltre, Vernagallo era un amico di famiglia con cui Laura giocava già da bambina, e la sua presenza al castello era consueta. L’impressione è che Lanza, uomo straordinario, giureconsulto, si sia sacrificato per coprire il vero autore del delitto». Per la legge del tempo al padre dell’adultera era consentito uccidere la figlia e l’amante, se colti sul fatto. Al marito, invece, solo il diritto di uccidere il
rivale, ma non la moglie.

Primo obiettivo, trovare la tomba di lei. Le ricerche sono partite nel 2010, per mano degli investigatori dell’Icaa (International crime analysis association), nella chiesa madre di Carini, dove la tradizione vuole che esista la cripta della famiglia La Grua, poi chiusa e mai più individuata. «Le ricerche - dice Dublo - sono arrivate a risultati poco chiari, certo è che secondo la tradizione il sarcofago della baronessa fu collocato a lungo nella cappella accanto all’altare e poi portato nella cripta. Ma noi ci siamo convinti che sia una falsa pista». Una convinzione maturata alla luce delle “lettere di discolpa” inviate da Cesare Lanza al re di Spagna, ora custodite all’Archivio di Stato della Casa reale di Madrid. E ancora attraverso le carte custodite a Carini, «alcune certamente contraffatte». Poi l’indagine si è spostata nelle tante cappelle delle due famiglie, alla ricerca delle tombe. Tutto porta al sarcofago anonimo della fanciulla dormiente nella cripta della chiesa di San Mamiliano (cripta tornata alla luce alla fine degli Anni 90) posto proprio sotto a quello del nonno Blasco Lanza, «segno di una profonda familiarità tra i due defunti».

Per avere la certezza, bisogna ora passare ai prelievi nella tomba, più volte profanata e depredata tra l’Ottocento e il Novecento. «Sono sepolta in una tomba dove ci sono tanti cani, dov’è il malefico», avrebbe detto lo spirito della nobildonna ai ghostbuster. Che fossero i ladri quei cani malefici?